La guerra di Margot

La guerra di Margot
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24 agosto 1944, Crystal City. La signora Setsu Tanaka e le figlie Haruko di diciassette anni e Toshiko di dodici, hanno avuto l’autorizzazione al ricongiungimento con il signor Hichiro Tanaka. Sono appena arrivate al campo dopo un viaggio estenuante e una lunga camminata sotto il sole. Al di là della recinzione una folla li sta aspettando. Scrutano alla ricerca di Hichiro. Haruko vede una ragazzina più o meno della sua età, dai capelli biondi e ricci, tutta pelle e ossa che scrive su un taccuino: una tedesca, che alza gli occhi dai fogli e guarda a sua volta i nuovi arrivati. I loro sguardi si incrociano per un momento imbarazzante prima di abbassare gli occhi. Haruko viene richiamata dalla voce del padre, sono cinque mesi che non lo vede, sventola un fazzoletto. È più magro, capelli più grigi. La signora Setsu s’illumina, corre verso di lui. Della rete metallica alta tre metri con il filo spinato e i soldati sulle torrette con il fucile non aveva scritto nelle lettere, solo del cinema all’aperto, della fabbrica del tofu. Toshiko la tira per un braccio, non vuole entrare, strilla, è sul punto di piangere, singhiozza. Haruko le tira un ceffone forte, per la prima volta la picchia: “Casa nostra è questa, adesso”. Margot intanto scrive: 44 donne, 63 bambini (37 femmine e 26 maschi), in totale 107 arrivi, tutti giapponesi, 3368 è il nuovo totale a Crystal City compresi prigionieri nati in Germania provenienti da Costa Rica e quelli nati in Giappone provenienti dal Perù. L’infermiera del campo li vaccina e fa i prelievi per le analisi, la pertosse…

“Per tutte le storie che vanno perdute. Per tutte le cose che finiscono ricoperte dalle erbacce o da strati di storia”, come scrive Monica Hesse nella nota a conclusione del libro, per non dimenticare le centoventimila persone di ascendenza giapponese, per due terzi cittadini americani, che sono state imprigionate nei campi d’internamento statunitensi durante la Seconda guerra mondiale, famiglie intere incarcerate come nemiche degli Stati Uniti o forzate al rimpatrio. Un romanzo nato da due cartelloni informativi museali mancanti nella cittadina di Crystal City in Texas, famosa per gli spinaci e il monumento a Braccio di Ferro, meno per il suo campo d’internamento per “stranieri nemici”. Una storia feroce sulla negazione dei diritti, sulle pesanti limitazioni della libertà, proprio nel paese dove alla libertà è stata innalzata una grande statua. Un racconto basato su un’accurata e puntuale ricerca storica, scritta con delicatezza commovente. Personaggi indimenticabili, voci di una narrazione capace di far trapelare emozioni profonde, spesso indicibili, che mettono a nudo episodi storici poco conosciuti, raramente riportati nei nostri libri di storia. Monica Hesse, che scrive anche sul “Washington Post”, con la sua precedente pubblicazione, l’opera prima La ragazza con la bicicletta rossa, ha vinto l’Edgar Award, è stata finalista all’Indies Choice Award, il libro è stato nominato tra i migliori dell’anno da “Entertainment Weekly”, Booklist e anche in Italia è stato un bestseller. Questo suo secondo libro è altrettanto coinvolgente, un intenso romanzo di formazione, di particolare bellezza anche nel finale che sorprende. L’amicizia che travalica etnie e pensieri politici, che nasce spontanea e cresce malgrado tutto. Il risveglio brusco da quel “sogno americano” che prometteva, che promette, libertà, opportunità per tutti. Un sogno che viene infranto per il timore della sicurezza nazionale, nonostante i tanti giovani nisei arruolatisi volontari in difesa dell’America.



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