La guerriera dagli occhi verdi

La guerriera dagli occhi verdi

Un gruppo di case addossate a un fianco della montagna, quaranta case per quaranta famiglie: questo il villaggio curdo di Mezri, nel distretto di Van. A valle si scende per coltivare gli ortaggi; sul monte, nei boschi, per portare gli animali al pascolo, raccogliere la legna per l’inverno. Qui cresce Filiz. Segue il papà quando va nei boschi, ed è innamorata del fratello Tekin, con il quale passa gran parte del tempo. Filiz cammina, ascolta i luoghi del bosco per lei naturalmente sacri. Ascolta gli alberi, le pietre, la neve. Un giorno, tornando dai pascoli con Tekin, Filiz incontra delle persone vestite di verde creta: “portano una specie di giacca con tante tasche, e dei pantaloni larghe sulle cosce, una fascia in vita e delle scarpe gialle”, sorridono. Al villaggio si vocifera su di loro, i gendarmi turchi ordinano a tutti di considerarli come pericolosi terroristi. Sono i membri del PKK, il partito dei lavoratori curdi, e si battono contro l’avanzare del dominio turco, contro l’azione di sradicamento della parola stessa “curdo”. Un gruppo di tende nascoste tra i boschi del monte Qandil: i guerriglieri preparano una nuova azione contro il Daesh, per riconquistare e riconsegnare la terra ai curdi. Resistendo. Avesta Harun è giovane, ma è già nei Corpi Speciali, a capo di un commando di tredici combattenti. Filiz ha seguito le orme del fratello sulle montagne, alla morte di lui ha preso il fucile e cominciato la battaglia in nome del popolo curdo, con il nome di Avesta. Avesta è ancora lì, ad ascoltare il respiro tra le pietre e gli alberi e la neve. “Salda come le rocce del Qandil”.

Dopo aver letto una sua intervista su “Foreign Policy” dedicata alle donne che combattono lo Stato islamico, lo scrittore e musicista Marco Rovelli si è messo sulle tracce di Avesta Harun, la guerriera dagli occhi verdi, volto scavato e spinta tenace, morta pochi giorni dopo la suddetta intervista durante un’operazione portata avanti da PKK e Peshmerga per la conquista di un villaggio vicino la “monocromatica” Makhmur. Il romanzo si pone come luogo di opportuna – e tempestiva – risonanza in Italia per la storia di Avesta, del popolo curdo e delle sue montagne – e di una lotta di liberazione che, scrive bene Rovelli, ci riguarda da vicino. Di slancio, Rovelli racconta la cronaca del percorso di Avesta, e con lei quello di altri combattenti, del cammino verso le montagne, di fucili e di balli in cerchio per celebrare la primavera, la vita; dello stato di oppressione delle donne, succubi nella società patriarcale e conservatrice e al contrario protagoniste attive del movimento “fin da quando ancora non aveva un nome”. Lo slancio di Rovelli è evidente e sonoro, ma mal calibrato: l'abbozzo di romanzo è scucito dalla cronaca, dal tentativo di reportage, con passaggi ispirati, altri un po' meno, altri nei quali l'autore si fa prendere troppo la mano, e la distanza tra lui e le vicende raccontate si opacizza, forse confusa dalla forte influenza della vicenda di Avesta. Finisce per andare di fretta, troppo in fretta perché alcuni sguardi, alcuni segmenti di luoghi e persone e colori siano assimilati – e pienamente restituiti – dalla pagina.



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