La lacrima dei Vedda

La lacrima dei Vedda

Durante un soggiorno in Algeria, dove si occupa di montare impianti tecnici in un cantiere, Andrea Rigante matura il desiderio di allontanarsi per un po’ dai disagi del suo lavoro e di compiere un viaggio in una terra lontana. La scelta ricade sullo Sri Lanka, un’isola a sud dell’India circondata dall’Oceano Indiano e con cui gli occidentali hanno poca dimestichezza. Noto un tempo come Ceylon, lo Sri Lanka è produttore ed esportatore di tè, pietre preziose e spezie, ma è anche tristemente conosciuto per essere stato teatro di una sanguinosa guerra civile conclusasi solo in tempi recenti. Guerra dovuta alla convivenza forzata nello stesso territorio di un’impressionante quantità di credi religiosi (induista, buddhista, musulmano e cristiano) ed etnie (singalesi, tamil, malesiani e burgher). Quello scelto da Andrea, al cui fianco viaggia anche Isabella, è il tipico itinerario ad anello di chi decide di visitare l’isola in tutte le sue sfaccettature: l’arrivo nella caotica Colombo, poi una visita all’ex capitale Kandy, le rovine di Sigiriya e i templi di Polonnaruwa, i verdi pendii di Ella con le piantagioni di tè, Galle e la costa fino a tornare a Colombo. Quello che però più di tutto colpisce Andrea è l’incontro con la popolazione ancestrale dell’isola, i Wanniyala-Aetto o Veddahs. Espropriati delle proprie terre e calpestati nei diritti civili, i Vedda sono confinati nella regione di Dambana, dove si guadagnano da vivere mettendo in scena siparietti di caccia e raccolta per intrattenere i turisti. Di ritorno dallo Sri Lanka Andrea vorrebbe approfondire la storia di questo popolo, e per fortuna ha un nome a cui fare riferimento: Maurizio Cardillo di Albenga…

Dietro alla minuta edizione de La lacrima dei Vedda c’è in realtà il lungo e approfondito lavoro di ricerca storico-antropologica che Andrea Rigante – autore, narratore e protagonista – ha compiuto nel corso di un anno. All’impatto che lo Sri Lanka ha avuto su di lui come turista è dedicata la prima parte del libro: Rigante racconta lo stupore di fronte alla natura incontaminata, la riconoscenza verso una popolo ospitale e dalla cultura incredibilmente sfaccettata, l’incontro con gli indigeni dell’isola che suscitano in lui profondo interesse e desiderio di approfondirne le vicende. L’approccio in questa prima parte è tipico, per sua stessa ammissione, del turista bianco in terra esotica, tipica cioè di chi ingenuamente pensa di avere di fronte aborigeni illetterati da poter studiare e avvicinare senza conseguenze. Il punto di vista cambia poi drasticamente nella seconda parte del volume, quella dedicata al viaggio in Sri Lanka che Rigante compie sotto la guida di Maurizio Cardillo di Albenga, un italiano che si prodigò per reclamare i diritti dei Vedda e che visse per anni come uno di loro. L’autore ci racconta prima di come sia riuscito a mettersi in contatto con Cardillo e di come poi quest’ultimo lo abbia introdotto alla tribù di Dambana. Da turista Rigante diviene amico ed è molto affascinante assistere al delicato processo di avvicinamento tra culture così distanti tra loro. La scrittura di Rigante è scorrevole, chiara e descrittiva, forse a volte un po’ troppo frettolosa nel raccontare passaggi del viaggio o sensazioni che questi suscitano in lui. Le nozioni di storia anche recente – basti pensare allo tsunami che travolse il sud-est asiatico nel 2004 – si alternano a riflessioni personali che, se ampliate, avrebbero arricchito ulteriormente questo diario di viaggio.



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