La ladra di vestiti

La ladra di vestiti
1937, sull’Île Saint-Louis, il cuore antico di Parigi. Uscita dalla Continental Telephone Exchange, da diciotto mesi in città e già come le “gelide parisiennes” incline alle pose, Alix percorre rapida la Rue du Faubourg Saint-Honorè. Al numero 24, da Hermès, incantata dagli accessori in seta e cuoio, quasi in un sogno, conta le figure, memorizza i colori, osserva il motivo del nuovo parto di Monsieur Hermès. Quel foulard, dal disegno complicato, è la ragione per cui è fuggita dal turno al centralino. Un buon impiego, sì, ma la giovane vuol «essere la nuova Chanel, Vionnet o Jeanne Lanvin… aprire un negozio nel primo arrondissement»...
È da credere che non sia proprio l'attività delle mannequin, così suggestiva e dorata, l'operosa trama di ideali e passioni del romanzo di Natalie Meg Evans; che non sia, insomma, un'opera affatto fatua. È nei faticosi duri ritmi della produzione di un atelier, che l'autrice ha cura di descrivere, in generale nella tecnica della creazione, la peculiarità della narrazione. Il desiderio di lavorare nella moda della protagonista è avvincente e la cospirazione affinché si realizzi incauta, come pure il contrabbando della haute couture. Siamo negli anni Trenta e dunque l’ammirazione per le collezioni risente dell’entusiasmo dell’epoca e gli abiti, i bozzetti e i campioni manifestano promesse di libertà. Gli anni Trenta, a ogni buon conto, sono anche gli anni tra le due guerre, di disumanità (il destino della Spagna, la tragedia di Guernica, ricordati in special modo), di atti coraggiosi e generosi, qui rivelati attraverso personaggi di disarmante fascino. Corposo di stile e carico di realtà, La ladra di vestiti è un romanzo composito, ma pur sempre sotto il segno della bellezza. Della moda, dell’amore, della vita.

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