La leggenda della nave di carta

La leggenda della nave di carta

Quando il cielo esplode in una nuvola di fumo rosso sangue Susumu ha soltanto dieci anni, è a casa con la mamma a Hiroshima, sua sorella invece è andata a scuola. Di colpo intorno a lui le mura di casa si sgretolano come fossero di sabbia, gli occhi pungono, l’odore di carne bruciata è asfissiante… È un attimo, e nel cortile della Seconda Scuola Elementare di Hiroshima si spalancano le fauci dell’inferno, pronte a inghiottire tutto: edifici e vite umane, studenti e professori, un turbinio di brandelli di pelle sparsi come coriandoli. Dal cielo cade un’acida pioggia nera che brucia le carni, e a lei studentessa del college femminile non resta che correre al riparo… Quando riapre gli occhi le sembra di svegliarsi in un incubo: colonne di fumo nero hanno avvolto i contorni della città, urla disumane fuoriescono da palazzi distrutti, l’olezzo acre di morte e di pelle ustionata si spande senza lasciare scampo. È questo l’inferno? No. È solo l’azione scellerata dell’uomo…

La Fanucci ripropone una panoramica insolita sul racconto di fantascienza giapponese (la prima edizione è del 2002), un genere che al Sol Levante colleghiamo attraverso i ricordi delle serie animate dedicate ai “robottoni”, anime ormai parte dell’immaginario collettivo, oppure a qualche serie live-action. I sedici racconti sono estrapolati dalla più ampia antologia americana The Best Japanese Science Fiction Stories del 1989, e tradotti dall’inglese e non dalla lingua originale. Fantascienza nella prosa nipponica significa anche e soprattutto ricordo degli orrori causati dalle esplosioni atomiche, tema dei primi tre racconti/testimonianze della raccolta. Passando attraverso una bizzarra storia con protagoniste scatole vuote, la scelta di auto-cannibalismo praticata da un uomo che inizia col mangiare la propria gamba e uomini vegetalizzati e trasformati in albero, La leggenda della nave di carta costituisce un pot-pourri che mette insieme fantascienza, folklore, gusto dell’orrido e superstizione. Un’antologia eterogenea che prende il titolo dall’omonimo racconto di Tetsu Yano, e tra alti e bassi, registri linguistici diversi, metafore di distruzione di massa e distopie inverosimili, costituisce lo specchio di una società tanto eterodossa quanto affascinante. Il Diluvio ‒ forse il più riuscito tra gli scritti proposti ‒ profetizza la fine del genere umano, dissoltosi misteriosamente in acque che alla fine sommergono tutto. Quello che emerge qui non è il poetico Giappone del regista Miyazaki, né quello visionario dei colorati manga, ma una matassa intricata e inquietante, un teschio in mezzo al deserto dalle orbite brulicanti di vermi. La varietà di temi e stili rendono faticoso ricomporre un quadro unitario, e di certo la traduzione non da lingua originale ha lasciato per strada espressioni e atmosfere autentiche. Nel complesso il risultato è però interessante e degno di una lettura.



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