La leggenda di Atiya

La leggenda di Atiya
Atiya era buona. Tutti la conoscevano e la amavano, la sua generosità era ai limiti del paradosso. Ma soprattutto, il suo mausoleo è oggetto di curiosità e pellegrinaggi, e il Dipartimento delle antichità decide addirittura di effettuare scavi intorno alla tomba, e all’interno della tomba stessa, prevedendo scoperte che rovesceranno tutte le teorie sull’origine degli egizi e sulla loro genesi storica. Così una giovane giornalista di “al-Sabàh” viene incaricata di dedicare un’inchiesta sulla storia della signora Atiya, e su quella “misteriosa cosa dorata, a forma di fiore di loto”, trovata dal figlio di Atiya e dal becchino dentro alla tomba aperta... Karìma Fahmi è anche lei una donna strana, diversa, una giovane donna impiegata nella Società Idrica che un giorno nota un “diluvio” che spazza via tutto quanto di bello c’è nella sua città: le tende colorate, le botteghe, i venditori…le buche iniziano a devastare i marciapiedi, le vetrine dei negozi vengono trascurati, e i trentuno alberelli lungo la vecchia strada che porta alla Società diventano solo tre. Karìma è infelice, sanguina con la sua città. Quando decide di ribellarsi, dimenticandosi semplicemente di indossare il reggiseno prima di andare al lavoro, la sua infelicità aumenta. Le cose semplici che pensa Karìma non sono socialmente accettabili in Egitto, e la donna inizia a capire che è lei a soccombere, e la sua lingua, forse, andrebbe tagliata, “per smettere di parlare ed evitare i problemi”... Halìma, un’anziana donna, per accogliere il figlio migrante di ritorno al suo paese, decide di girare tutto il mercato per trovare un tappeto di pelo di cammello, o di pura lana di pecora, per sostituire quello vecchio ormai pieno di buchi. Non si rassegna ad acquistare una stuoia di nylon o una moquette, ma i commercianti del souq la deridono, poiché al figlio, che ha viaggiato nel mondo, un tappeto come lo vuole lei non piacerebbe nemmeno. Halìma capisce di essere diventata “antiquata”, lei e la sua vecchia e tradizionale galabiya... Un ricco commerciante alla ricerca di una “prole sana da una brava donna”, sposa Fahìa, un’umile sarta. Ma Fahìma, che è una moglie amorevole, non riesce ad avere figli. Il commerciante, deluso, decide di sposare allora una giovane contadina, senza ripudiare la prima moglie. Quando neanche la seconda moglie rimane incinta il commerciante decide di sposarne una terza. La sua brama atterrisce le due donne che, inaspettatamente, diventano alleate ed elaborano un complotto, ma ancora una volta è “l’uomo di casa” ad avere la meglio...
Per un osservatore esterno questi racconti sono forse folklore, e poco più. Ma per chi invece conosce e vive l’Egitto, subisce le sue pulsioni contrastanti, la sua anima millenaria, polverosa, spossata, culturalmente e socialmente prosciugata, questi racconti evocano odori, umori e dilemmi a tratti malinconici e struggenti e a tratti quasi rabbiosi. Apparentemente innocui, questi racconti partono sempre con una prospettiva limitata, un piccolo zoom su un piccolo personaggio (una ragazza che ama un viale alberato, o una vecchia signora che vuole solo un tappeto nuovo per il suo vecchio salotto), ma gradualmente la visuale si espande e ci ritroviamo partecipi di un intero reticolato sociale che suscita riflessioni ben più profonde e regala uno spessore drammatico a personaggi che non sono solo piccole macchiette, ma grandi attori in balia di un dramma sociale più grande di loro. L’introspezione è funzionale, quasi, a mostrarci l’effetto del degrado ambientale sugli individui, ed è quindi un ritratto molto più impegnativo e di ampio respiro di quanto non si creda all’inizio. Si parla di donne, della loro condizione, della loro ribellione, di crisi sociale, di vuoto morale, e la rabbia dell’autrice è palpabile: la Bakr è infatti di quella scuola di pensiero che considera la svolta dell’infitàh, la politica di apertura e di liberalizzazioni selvagge introdotta dal presidente Sadat, come il momento cruciale che ha determinato il precipitare della situazione egiziana. Gli interessi dei potenti alla base delle molte speculazioni, la corruzione, ma anche la crisi di valori che ne sono causa e conseguenza (a cui va aggiunta la manipolazione dell’Islam come strumento di controllo sociale, in quello che è il primo grande momento di “islamizzazione” del paese), hanno, secondo la Bakr, causato una rottura rispetto alla cultura millenaria dell’Egitto. Nel racconto “La leggenda di Atiya” ciò la porta addirittura ad affermare che ormai non c’è più alcuna relazione che lega gli egiziani di oggi al popolo straordinario vissuto nella valle del Nilo migliaia di anni fa. Triste constatazione, ma non priva di fondamento. E lo dico non da visionaria speculatrice di bizzarre teorie su marziani scesi sulla Terra per realizzare piramidi, ma da semplice - e disillusa - egiziana.

 

 

 

 
 
 
 
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