La lenta nevicata dei giorni

La lenta nevicata dei giorni
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“Poi c’era il gas che usciva dalle docce, il respiro che mancava, le bocche che si spalancavano, gli occhi che uscivano dalle orbite per l’aria che mancava e la paura che spalancava i cuori, le viscere, la mente, i ricordi, i rimpianti, lo strazio, la paura, la paura, lo strazio, il dolore, il petto che scoppiava, la gola che si chiudeva, la bocca che si apriva, gli occhi che si sbarravano”. I treni piombati della morte, che per anni hanno trasferito il loro carico di vittime nei campi di sterminio, ora riportano indietro i sopravvissuti. La giovane Fernande e suo marito André tornano a Parigi per riprendere possesso della loro casa, oramai spoglia di beni e di ricordi. Mentre André si butta negli affari, riuscendo in poco tempo a ricostruire la loro ricchezza, acquistando uffici, case e macchine sempre più grandi e costose, al contrario Fernande non riesce a scrollarsi di dosso il senso di perdita e confusione. Passa mesi a languire nel suo letto, rifiuta l’idea di una gravidanza, fa i conti con un amore e un matrimonio ridotti in macerie, come la sua anima: “Solo allora comprese che di quel tempo non si sarebbe mai liberata, tutt’al più le sarebbe stato concesso qualche periodo di amnesia fittizia, un sollievo superficiale e passeggero”. La sola cosa che le offre la possibilità di scuotersi è il dono di una casa che André le compra e di cui le lascia totale gestione. Non una dimora qualunque ma quella che i pescatori del posto chiamano “la casa del Buon Ritorno”, una villa che la coppia aveva ammirato dal finestrino del treno durante la fuga e che è rimasta ancorata nei ricordi di Fernande come simbolo di normalità e rinascita…

“André diceva che quando dimostrano fedeltà, amore, spirito di sacrificio gli animali non sono umani. Siamo noi che nei rari momenti migliori diventiamo animali. Nessuna bestia si accanisce con i suoi simili, ammazza quelli della propria specie…”. La paura si appiccica alla pelle di Fernande per il resto dei suoi giorni, gli anni di esilio ad Antibes intaccano il suo spirito e la rendono instabile sentimentalmente. Ha relazioni con uomini che per lei non hanno importanza e in particolare un intenso triangolo col Poeta e il suo “figliastro” Paul. L’esistenza si trasforma in un annaspare incerto “condannata ad aspettare ciò che non sarebbe mai più arrivato, lei che desiderava dimenticare e non poteva”. Elena Loewentahl – traduttrice e insegnate di cultura ebraica e attualmente Addetto Culturale presso l’Ambasciata italiana in Israele - ha preso spunto dai versi intensi di Primo Levi per riversare nel libro il tormento di quegli anni indegni: “Come me, hanno tollerato la vista di Medusa, che non li ha impietriti. Non si sono lasciati impietrire dalla lenta nevicata dei giorni”. Pur non riferendosi a persone reali gli episodi sono vividissimi nel mostrare la caccia agli ebrei, subumani da sterminare secondo l’ottica nazista: i rastrellamenti, le catture, i viaggi asfittici dentro i convogli, le docce letali e le enormi, raccapriccianti fosse comuni che hanno fagocitato innumerevoli vite. Sull’Olocausto ebraico tanto si è detto e tanto si continua a dire, a volte in termini inappropriati e con vuote celebrazioni ritualistiche, come la Loewenthal sottolinea prendendo le distanze dal Giorno della Memoria.



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