La luna adesso

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Le pasticche sono ogni volta diverse, i dottori hanno tentato le più diverse combinazioni, prima le verdi, poi le blu, poi il contrario, ma poco è cambiato. Il figlio lo sa, forse lo vuole negare, ma ogni giorno (e ogni notte) trova sua madre sempre più smarrita, così minuta e fragile che ogni tanto tutto il corpo le trema, anche d’estate, anche con il caldo. Deve anticiparne quasi le mosse, per evitare ogni sbandamento, deve essere le sue mani quando sbaglia le posate. Che cosa pensi Rita, dietro il suo sorriso, la sua espressione indecifrabile, non si sa. Ogni tanto chiede dove è lui, nella notte urla riguardo ai soldi. La dottoressa crede siano i suoi turbamenti a venirle a far visita, ma il tema è incerto, non si può che attendere e attendere qualche spiraglio di lucidità, come pescatori sulla riva di un fiume, pazientemente: i ricordi, a volte, possono riaffiorare, presi all’amo da una parola, attirati da un profumo, invocati da una musica. Il figlio lo sa, forse lo vuole negare, ma questo abbandono, della figura della mamma, di Rita da Rita, non è ancora pronto ad accettarlo, prima vuole risolvere e ricostruire pezzo per pezzo la storia della madre, della nonna e della sua famiglia perché, come dice la dottoressa, rimane sempre qualcosa, un nocciolo d’amore, in un lago di oblio, che deve essere messo in salvo, curato, accudito...

Questo di Pierluigi Mele, autore salentino di origini svizzere, è sì un libro sulla terribile sindrome dell’Alzheimer, ma soprattutto sulla memoria e sull’identità. La conoscenza della propria storia privata, dei rapporti fra i nostri genitori e i loro, degli umori che li hanno accompagnati – che poi possiamo accettare, rifiutare, non curarcene o, al contrario, salvaguardare – ci permette di agire con equilibrio e, anche, di avere compassione di noi stessi, venendo a patti con il nostro karma. Se la malattia di Alzheimer è degenerativa e si ha poca speranza, ad oggi, che qualcosa si salvi dalle sabbie mobili nelle quali i malati sprofondano, le persone vicine (i cosiddetti caregiver) spesso sentono la necessità di farsi carico anche di quella memoria che sta sfuggendo, come sabbia dalla dita, dalla testa del malato. Pierluigi Mele manipola abilmente un linguaggio evocativo e sensoriale, impregnato di dialetto salentino che si appiccica al lettore come il sale del mare sulla pelle: lo stesso autore in una intervista di qualche anno fa dichiarò di voler utilizzare la prosa alla stregua della poesia e molti stralci, soprattutto i dialoghi, hanno questo respiro lirico. E in tale scelta di utilizzare senza risparmio il dialetto si vede la volontà di ritornare alle origini, di aggrapparsi con fermezza a qualcosa che c’è stato, di proseguire con la tradizione affinché non tutto si perda, affinché si custodisca la memoria di chi memoria, per un beffardo e brutto scherzo della vita, non ne ha più.



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