La lunga estate calda del commissario Charitos

La lunga estate calda del commissario Charitos

Mentre si avvia verso il suo ufficio, il commissario non smette di rimuginare e cerca incessantemente di capire il mistero di cui deve venire a capo. E non è una cosa da poco. Chi vede, anche se solo di sfuggita, l’assassino, vede infatti un giovanotto molto ben piantato. Chi lo sente parlare, invece, sente un vecchietto. Che significa? Hanno forse a che fare con due assassini? E che relazione omicida può legare un tipo palestrato con una Harley Davidson 1200 Sportster con un vecchietto sdentato che si ostina a continuare a chiamare gli omosessuali “pederasti”? Che cosa possono essere? Un padre e un figlio? Uno zio e un nipote? O genero e suocero? Se non altro una di queste parentele spiegherebbe la Luger come arma del delitto. A meno che, quando telefona, non sia lo stesso bodybuilder a imitare la voce del vecchietto per confondere le acque. “La conclusione del dirottamento ha anche i suoi elementi positivi” gli fa Vlasòpoulos, appena entra nel suo ufficio. “Le forze di polizia torneranno alla base, ad Atene, e potremo rimetterci a lavorare come si deve.” “D’accordo, ma nel frattempo ti chiedo di stringere i denti e cercare di risolvere alcune questioni urgenti”, replica Charitos. “L’ascolto.” “Devi andare in laboratorio e far mettere sotto controllo il mio telefono”…

La lunga estate calda è un eccellente film del 1958 di Martin Ritt tratto da Faulkner con Paul Newman, Joanne Woodward, Anthony Franciosa, Orson Welles, Lee Ramick e una deliziosa Angela Lansbury, in cui il “giallo” della fama di piromane precede e perseguita un bellissimo giovane vagabondo in quel del Mississippi: un titolo che è diventato ormai da decenni anche quasi una sorta di frase formulare, tanto che ispira quello del “giallo” scritto da Petros Markaris, inventore del Carvalho ellenico, del Montalbano di Atene. Sì, perché, mutatis mutandis, anche questo commissario è un cane sciolto, è un investigatore sui generis, è alieno alle regole quando si tratta di lacci e lacciuoli che fanno la gioia solo dei burocrati, è brillante, istintivo, capace: a differenza del Salvo camilleriano e del predecessore catalano però, per esempio, ha una famiglia. Una moglie. Una figlia. Caterina. Che finalmente ha finito il dottorato in legge e quindi se ne va in vacanza a Creta col fidanzato, Fanis. Peccato che il traghetto venga dirottato. Per Charitos non c’è tempo da perdere, ma il guaio è che dopo un po’ dalla splendida isola lo richiamano alla base perché il sedicente assassino dell’azionista di riferimento ha iniziato a fare strage di giovani attori. Ben congegnato, caratterizzato alla perfezione per quanto riguarda ambienti e personaggi, con un ottimo ritmo e dei dialoghi credibili, precisi, perfetti, si legge con trepidazione.



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