La macchina del tempo

’800, Inghilterra. Un gruppo di uomini seduti davanti al caminetto scoppiettante. Assaporano un buon liquore dopo un ottimo pranzo. Il padrone di casa prova ad alzare il livello della conversazione: è uno scienziato e cerca di far capire ai suoi commensali che il tempo altro non è che la quarta dimensione. E che pensare di viaggiare in questa dimensione è tutt’altro che un sogno. Di fronte allo scetticismo degli altri, lo scienziato propone di assistere a un esperimento. Poggia sul tavolo con aria di trionfo un piccolo oggetto di ottone e nichel dai complessi meccanismi, che dopo un po’ tremola e scompare sotto i loro occhi: agli sguardi perplessi degli astanti risponde spiegando che si tratta di… una macchina del tempo. Anzi, del prototipo di una macchina a grandezza d’uomo, con la quale lo scienziato annuncia di voler viaggiare nel tempo. Appuntamento al giovedì successivo a cena per il resoconto dell’incredibile viaggio nel futuro…

Tra 1800 e 802.701 (per non parlare dell’opprimente paesaggio “balneare” del crepuscolo della Terra nel quale l’anonimo protagonista fa una puntatina prima di tornare per cena) che differenza c’è, secondo H. G. Wells? Tanta differenza, ma non quella che si aspettava il lettore medio della fine del XIX secolo. In questo suo primo romanzo datato 1895 e commissionato dall’editore Heinemann per 10.000 sterline per una pubblicazione a puntate sulla rivista “The New Review”, l’autore snobba la moda positivista e tecnofeticista dei suoi tempi e crea un incubo sociale, un mondo in cui i ceti differenti sono diventati specie diverse (Eloi e Morlock, qui tradotti con un autarchico “Morlocchi”) e occupano addirittura livelli diversi della catena alimentare. Il capitalismo e l’industrializzazione, il socialismo e la massificazione sono strade pericolose? L’uomo non può abbandonare i modelli culturali tradizionali (quelli dei tempi di Wells, s’intende) e non deve rinunciare a un “sano” darwinismo sociale? La morale del libro non è chiara: ciò che è assolutamente chiaro è che si tratta di un vero capolavoro nonostante la sua imperfezione (è troppo breve, per dirne una), una sorta di steampunk ante litteram pieno di idee che ancora oggi vengono sfruttate - e funzionano! - alla grande. Nota: esiste un’uncut version del romanzo con un capitolo in cui il protagonista fa un’ulteriore tappa nel futuro e si imbatte in un popolo di erbivori cacciati senza tregua da un gigantesco artropode. Sposta poco, comunque.



 

 

 

 
 
 
 

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