La macchina del vento

Novembre 1939. Giacomo Pontecorboli, giovane fisico romano iscritto a “Giustizia e Libertà” ma tiepido verso la politica, dopo un duro anno di carcere a Civitavecchia scontato per aver distribuito qualche copia del giornale del movimento, arriva al confino di Ventotene. È l’isola al largo di Lazio e Campania che il regime fascista usa per tenere lontani, rendere inoffensivi e punire tutti i dissidenti politici o semplicemente i “non entusiasti” di Mussolini, per non parlare degli omosessuali, dei magnaccia o degli strozzini (solo quelli senza amicizie potenti, ovviamente). Il confino è una misura amministrativa, comminata senza processo e senza possibilità di appello: si viene spediti in un’isola o in un paesino di montagna da un giorno all’altro senza poter nemmeno protestare. Giacomo è ancora scosso dalla traversata col mare grosso, ha “la barba di più giorni sul viso diafano, gli occhiali inforcati sbilenchi”. Ma nel suo cuore c’è altro, oltre allo scoramento per il carcere e il confino: non fa che ripensare al suo collega e amico Ettore, che è letteralmente scomparso nell’aprile 1938 mentre i due stavano testando un prototipo di macchina del tempo. Vorrebbe andarlo a cercare, ma non sa dove (o quando). Da Ventotene però non si scappa: “sorveglianza strettissima in terra e in mare, limiti imposti alla navigazione, motoscafi MAS che girano intorno all’isola con mitraglie sempre puntate”. Qualche anno prima un tentativo di fuga a dire il vero c’è stato, ma è finito miseramente. Poco dopo il suo arrivo, poco dopo la visita canonica al direttore della colonia, il commissario capo Francescantonio Meo, Giacomo sviene. Lo soccorre e rifocilla Erminio Squarzanti, giovane socialista, ex studente di Lettere a Bologna, che ha la passione dei miti greci. E il giorno dopo lo presenta al gruppo dei dissidenti più importanti: Pertini, Traquandi, Fancello, Calace, Scoccimarro, Secchia, Terracini…

Dopo quattordici anni di incubazione – passati a riflettere sulla trama, leggere saggi storici e memorie di confinati e a fare sopralluoghi a Ventotene – finalmente Roberto Bui ha completato questo romanzo ambizioso e originale. Cuore dell’operazione letteraria di Wu Ming 1 è l’alternanza continua di piani narrativi apparentemente inconciliabili: digressioni sui miti greci tra lo scherzoso e il visionario che diventano ben presto una vera e propria sottotrama fantasy à la Neil Gaiman, cronaca storica della realtà del confino di Ventotene e plot fantascientifico denso di omaggi a H. G. Wells si intrecciano senza soluzione di continuità. A dire il vero a tratti si respira una certa artificiosità, il meccanismo narrativo fa sentire qualche cigolìo, ma questo non deve consentire a nessuno di derubricare il romanzo di Bui a semplice divertissement volutamente spiazzante. Rimanendo infatti alla parte per così dire realistica della trama, La macchina del vento è un importante contributo all’elaborazione da parte del pubblico di un capitolo del regime fascista troppo spesso minimizzato in modo scellerato o peggio doloso. E i riferimenti alla macchina del tempo – oltre a fornire una nuova soluzione al giallo della scomparsa di Ettore Majorana – donano alla storia un sapore deliziosamente “agit-prop punk” perfettamente in linea con le ultime opere del collettivo Wu Ming. C’è spazio, nei capitoli finali, anche per una critica abbastanza decisa del cliché di Ventotene culla dell’ideale di Europa unita, con il manifesto di Spinelli & company smascherato come un atto calato dall’alto e per certi versi addirittura anti-popolare.



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