La macchinazione

La macchinazione - Pasolini. La verità sulla morte

David Grieco conosce Pier Paolo Pasolini quando è poco più che un ragazzino grazie a Lorenza Mazzetti, la compagna di suo padre Bruno. Per lui Pasolini sarà “un padre, un fratello, un maestro di vita, una fonte d’ispirazione, un mastro artigiano, un collega, un interlocutore umano e politico privilegiato”: almeno fino alla fine del 1975. In seguito diventerà qualcosa di diverso: un ricordo, un esempio, un’ossessione. David allora ha ventiquattro anni e lavora come giornalista a “l’Unità” da quasi sei. È il critico cinematografico e musicale del quotidiano del PCI, guardato con sospetto e assieme ammirazione dai colleghi anziani per il suo essere anticonformista e “giovane”, utilizzato in redazione come una sorta di “jolly” culturale perché mastica diverse lingue. La notizia del ritrovamento del cadavere di Pasolini all’Idroscalo lo raggiunge alle 7 del mattino del 2 novembre: si alza con il cuore in gola, attraversa Roma in motorino piangendo verso l’EUR, arriva a via Eufrate 9, a casa dello scrittore, dove è stato tante volte per lavoro, e si attacca al campanello. Improvvisamente, alle sue spalle, come una visione surreale, c’è Federico Fellini affacciato al finestrino di un taxi. Grieco lo avverte che Pasolini è stato ucciso, Fellini è sconvolto ma sta andando all’aeroporto, non può fermarsi. Intanto il cancello si apre: in casa ci sono la madre di Pasolini - chiusa in un dolore muto - e la cugina Graziella, che afferma di aver ricevuto una telefonata di poliziotti o carabinieri che dicevano di aver ritrovato al Tiburtino l’Alfa GT di Pier Paolo, probabilmente rubata. Nessun accenno da parte loro alla morte di Pasolini. David telefona a Faustino Durante, il padre della sua compagna, medico legale di chiara fama, proponendogli di recarsi a Ostia, dove è ancora il cadavere di Pasolini. Durante spiega che porterà con sé Guido Calvi, un giovane avvocato in gamba con cui sta lavorando in quel periodo. Ad accoglierli tutti una scena del delitto affollata e caotica, gestita in modo a dir poco dilettantesco…

Mentre è ancora in lavorazione l’omonimo film per la regia di David Grieco interpretato da Massimo Ranieri, arriva in libreria il saggio che ne costituisce l’ossatura e la premessa. Si tratta di un reportage molto personale, per più di una ragione. Personale innanzitutto perché il caso Pasolini qui viene trattato senza unità di tempo, di luogo e di azione, con buona pace di Aristotele: ovvero più che altro attraverso i suoi riflessi sulla superficie della vita di un uomo che in tempi e modi diversi ha intersecato la traiettoria umana e professionale di Pasolini. Il delitto è un convitato di pietra, più che il centro della narrazione: eppure è sempre presente sullo sfondo, perché si è sedimentato nell’immaginario collettivo, è diventato un “classico” della Storia oscura d’Italia ma soprattutto perché è una ferita della storia personale (ed ecco la seconda ragione a cui accennavamo poco fa) di Grieco. L’allora giovane cronista vive “da dietro le quinte” la prima fase dell’inchiesta, frequenta gli amici di Pasolini mentre si interrogano sull’omicidio, lui stesso elabora ipotesi partendo da ricordi di questa o quella presa di posizione del poeta assassinato, da aneddoti che lo hanno colpito o che assumono una luce sinistra a posteriori. Negli anni successivi Grieco lavora con Sergio Citti, che ha una teoria tutta sua sull’omicidio di Pasolini, assiste attonito alla scoperta della loggia P2 e alla stagione dello stragismo, si interroga come tutti sul misterioso Petrolio e sulle strane rivelazioni “ad orologeria” di Pino Pelosi sui suoi presunti complici, gioisce alla riapertura dell’inchiesta sul delitto Pasolini voluta dal sostituto procuratore Francesco Minisci nel 2010 su istanza dell’avvocato Stefano Maccioni e della criminologa Simona Ruffini, prende nota delle testimonianze inascoltate dagli inquirenti di Silvio Parrello, anziano di Monteverde da sempre legato a Pasolini. E poi la catarsi, forse: dopo aver rifiutato di collaborare alla sceneggiatura del discusso film Pasolini di Abel Ferrara, decide che è giunto il momento di chiudere il conto con quarant’anni di dolore, rabbia e sospetti e di provare a tirare le somme della vicenda in un suo film, La macchinazione. Per citare il celeberrimo editoriale firmato da Pasolini il 14 novembre 1974 sul “Corriere della Sera”, Grieco ritiene di sapere tutto della morte del poeta, scrittore e cineasta, ma “non ha le prove”: unisce pezzi del puzzle che quaranta, trenta, venti, dieci anni fa parevano non avere punti di contatto e invece ora combaciano perfettamente, smaschera incongruenze pazzesche (sicuri che alla trattoria “Biondo Tevere” quella fatidica sera Pasolini ci sia davvero stato con Pino Pelosi?), porta alla ribalta personaggi finora colpevolmente trascurati come Giuseppe Mastini detto “Johnny lo Zingaro” e Antonio Pinna, “driver” al servizio della malavita, fa ipotesi concrete sul possibile ruolo di “picciotti” della mafia catanese nel linciaggio di Pasolini e soprattutto ragiona sulla testimonianza-bomba di Misha Bessendorf, un profugo russo che nel 1975 viveva in una palazzina all’Idroscalo. La luce della verità sta finalmente per illuminare uno dei momenti più bui della storia italiana del dopoguerra? Viste le implicazioni delle tesi di Grieco, verrebbe quasi da augurarsi di no. Ma si ha la netta sensazione che sì, ci siamo quasi.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER