La Mafia a tavola

La Mafia a tavola
Quando nel 1862 Garibaldi partì da Caprera per le coste della Sicilia, da dove intendeva risalire la penisola per conquistare Roma, l’Eroe dei due mondi non poteva certo aspettarsi un invito a cena da parte dei notabili siciliani. E invece ciò avvenne: sulla tavola imbandita, prosciutto affumicato della Conca d’Oro e agghiotta di pesce spada. Il baccalà alla messinese e lo stufato di gallinelle farcite al tartufo furono il giusto intermezzo prima della portata più pesante: cosciotto di capriolo marinato all’acquavite di prugne d’Agrigento e agnello arrostito con olio extravergine di olive di Caltanissetta. Alcuni cavolfiori, carciofi e sedano, formaggio di capra sicula. E per chiudere: creme, gelati, torta a più piani, pignolata e mele alla cannella, il tutto innaffiato da marsala all’uovo… Il 12 marzo 1909, in uno dei mercoledì dedicati al pranzo con l’amico deputato Michele Ferrantelli, il capomafia don Vito Cascio Ferro interrompe il suo desinare per andare a sparare in bocca  a Joe Petrosino, poliziotto italo-americano giunto in Trinacria per indagare sui traffici internazionali della mafia. Rientrato al suo pranzo con il deputato, Don Vito si scuserà dell’inconveniente con il commensale, tornando prontamente ad affondare il cucchiaio nella cassata servita come dessert… Il 27 agosto 1970, a pranzo in casa del Procuratore antimafia Scaglione, il giornalista Mauro De Mauro racconta come è stato ucciso Enrico  Mattei: polpa di aragosta alla maniera di Castellammare del Golfo, insalata di pasta tiepida alla panna. Prima che fosse servita la carne, una confessione che costò, poi, la vita a De Mauro… Il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, nel giugno 1982, cena in compagnia del figlio Nando e del procuratore generale della Repubblica Pajno: vermicelli alla maniera di Siracusa, vermicelli al nero di seppia, tonno alla siracusana e cernia al forno. Fra una portata e l’altra, il procuratore avverte: il clan di  Nitto Santapaola, al soldo di Luciano Liggio, adopera spietatamente i kalashnikov contro i tutori della legge…
Gastronomia isolana e storie di stragi e sangue del nostro Belpaese: il binomio non è certamente tra i più azzeccati, né d’altra parte credo ci sia alcuno, tra i lettori, a cui si possa stimolare l’appetito con 55 ricette di cucina siciliana se poi il ‘contorno’ narrativo è quello delle peggiori e più spietate stragi mafiose. Se l’idea di raccontare la mafia attraverso la tradizione gastronomica siciliana (o, forse, ma non si capisce bene, l’intento è viceversa di raccontare la gastronomia isolana legandola ai dati salienti della storia della criminalità organizzata e dei suoi legami con politica, banche e occulti poteri ecclesiastici) è già balzana in sé, ancora più fuori luogo trovo il mettere insieme il soffritto di cipolle all’agro ibleo con i rivoli di sangue raggrumati, e lasciati per sempre sul selciato, dal morto ammazzato di turno. Mafia e gastronomia, dunque, sarà forse anche un binomio indissolubile - come recita la quarta di copertina - ma è davvero improbabile trovare degli estimatori di pasta al nero di seppia e rigor mortis del cadavere ammazzato a colpi di lupara!

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