La maligredi

La maligredi

Fine anni ’60. Il paese di Africo, in Calabria, è immerso in un’atmosfera surreale colma di odori ed echi provenienti da una festa paesana. È sera e il giovane Nicola è attratto da una voce che si leva nella piazza ed esprime la necessità di avere dei diritti, di vivere in un mondo senza padroni. È inusuale quella voce in quel luogo, e desta immediatamente l’attenzione di tutti i presenti. Così, approfittando della confusione e della distrazione della venditrice di dolci e frutta secca detta “la Lupa”, assieme a Filippo e ad un altro amico, Nicola afferra dalla bancarella, in rapida successione: arachidi, ceci tostati e la preda più ambita, la ‘nzuddha, il tradizionale biscotto al miele a forma di pesce. Il piccolo bottino viene nascosto in una busta che i ragazzi si scambiano di mano in mano. Nicola, seppur con l’acquolina in bocca immaginando di mangiare prima la testa e poi la coda del dolce, segue la voce al centro della piazza che in un crescendo di istanze rivolte a coloro che esercitano il potere reclama la costruzione di strade e di ferrovie e soprattutto esige lavoro, occupazione per tutti. Il giovane, che porta un maglione rosso ed una giacca di pelle scura viene soprannominato “Papula“ ed è lui che dopo aver affermato la necessità di operare una rivoluzione pacifica, senz’armi, per poter rimanere al Sud senza dover emigrare, senza dover necessariamente salire sul “pellaio”; il treno che porta i padri di famiglia lontano, in Germania e in Belgio, difende i piccoli dalla prepotenza dei figli della Lupa che accortisi della sottrazione della frutta secca tentano di malmenare Nicola...

La maligredi è un romanzo di formazione in cui il lettore osserva il forgiarsi della personalità del protagonista mediante l’acquisizione di valori di elevato contenuto etico, nel senso dell’azione piuttosto che della cupa rassegnazione, in un microcosmo separato dal progresso economico del resto d’Italia e giocoforza, dalle contestazioni ideali del maggio sessantottino. Nei fatti, in maniera sfumata, le stesse idee che agitarono gli studenti di mezzo mondo giunsero anche in Calabria, tuttavia nella regione le idee diffuse dal movimento ‒ più che esprimersi nel senso filosofico della liberazione dai tabù ‒ addensarono i bisogni dei braccianti e dei giovani che imposero ai potentati locali istanze di riscatto economico. I personaggi che l’autore pone accanto a Nicola e alla madre Lidia, “vedova bianca” a causa dell’emigrazione, difatti anelano tutti al lavoro e al progresso, ma in dipendenza di dinamiche serrate nel territorio, oscillanti tra criminalità e potere, restano senza futuro. Se le conseguenze sono umilianti riguardo alle prospettive di lavoro, deleterio è l’annientamento delle idee basate su ideali di giustizia sociale. L’autore delinea in maniera importante le figure dei due sovvertitori, Papula e Rocco, coloro che al termine dell’opera pagheranno in misura maggiore rispetto agli altri l’aver esposto idee di progresso. A far da contraltare a tanto senso di impotenza e di sconfitta e a riportare alla narrazione verso toni distesi sono i mediani quanto allo spirito diremmo, gli eroi positivi, che smorzano i toni tragici e riportano equilibrio nella narrazione nella seconda parte, davvero tragica. Un carabiniere in pensione funge da linea di congiunzione tra lo Stato con le sue esigenze di ordine e le vite ribelli degli adolescenti nelle “rughe”, i pastori mostrano un Aspromonte onirico e purificatore, una giovanissima prostituta mostra a Nicola l’essenza dell’amore passionale, la narratrice di storie Cata illumina di personaggi fantastici le menti di coloro che la sera si ritrovano nelle casette del paese nuovo, ricostruito malamente dopo un’alluvione. Non mancano i “malandrini”, i rappresentanti della malavita locale, i deleteri alleati della piccola borghesia terriera, che di fatto hanno strangolato l'economia dei luoghi. Nella trama dell’opera sono descritti in maniera grottesca, con pennellate di graffiante ironia in quanto rovinosi anche nell’aspetto e tali da cedere il passo ai giovani eroi, che di fatto, li sfuggono come la peste ritenendoli untuosi e ridicoli. In altri termini l’autore segna l’epopea dei “vinti” della Calabria imponendosi, in questo romanzo, più che nei precedenti, per abilità letteraria ed impegno civile. Servendosi di Nicola e trasfigurando i dati reali (rivolte delle raccoglitrici di gelsomini, movimenti anarchici dell’area jonica) Criaco manifesta il proprio pensiero in relazione alle dinamiche criminali esistenti nel meridione, ai guasti determinati dall'emigrazione forzata, all'assenza di corrette politiche di sviluppo economico individuando, al contempo, la via per risolvere le fratture esistenti. Una via che consiste nel correggere il rapporto tra sviluppo urbanistico e ambiente, nell’attribuire la giusta collocazione alle strutture statali, nel superare tanti stereotipi legati al sottosviluppo del meridione, aventi oramai puro significato folklorico e nel riscoprire, reinterpretando correttamente le parole, concetti antichi radicati nella cultura magnogreca dalla quale l’autore, che proviene dai luoghi narrati nel romanzo, si sente erede. In una parola: emancipazione da modelli deteriori mediante il recupero di un’identità culturale importante e rivisitazione, in senso propositivo e giammai passatista, del rapporto tra intellettuale e luogo di origine quale nucleo ispiratore di un percorso artistico.

LEGGI L’INTERVISTA A GIOACCHINO CRIACO



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