La mano dell’organista

La mano dell’organista
“Carlo cornuto”, “Abbasso l’imperatore”, “Evviva la f…”, “Il marchese è un ladro”, “Io amo Cecilia”: sono solo alcune delle scritte che si trovano incise sui tavoli della “Vecchia Posta”, locanda di Provincia sulla strada per Milano. Ad uno di questi tavoli siedono Piero Bertuzzi, detto Malalingua, Tano “Le Turc”, proprietario dell’albergo e Gaspare di Treviglio. Quest’ultimo, manovale, è in attesa che inizino i lavori di costruzione del nuovo organo della Chiesa di San Giovanni, e al momento non trova di meglio da fare che chiacchierare con i suoi compagni di bevute preferiti nella trattoria ormai - dato l’orario - desolata. In realtà qualcosa da fare ce l’avrebbe pure: smontare l’organo vecchio che, per quanto è malandato, suscita in chi lo ascolta l’ilarità, più che la devozione. Un lavoro faticoso, ma tutto sommato facile, senza sorprese. Almeno così dovrebbe essere. Ma, si sa, quando si comincia a mettere le mani fra la roba vecchia, qualche sorpresa bisogna sempre aspettarsela…
Gabriele Prinelli è un autore di cui si fa presto a infatuarsi. Sempre in equilibrio fra il giallo da risolvere e l’incedere sgangherato dei villani “investigatori” (sgraziati e malaccorti nel tentativo di mandare ad effetto i loro improbabili piani), i suoi romanzi d’ambientazione anteriore al Novecento trascinano e divertono a un tempo, con un linguaggio garbato e impeccabile e la promessa mai disattesa di un finale lieto (talvolta amaramente) e all’altezza delle aspettative. Tutti vorrebbero la splendida Cecilia soltanto per sé, ma solo uno potrà averla: il più bello, il più amorevole o forse… il più furbo di tutti.

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