La masseria

La masseria

La valle all’inizio è profonda come una coltellata. Poi si apre, rassomigliando a uno stretto ventaglio. Alla fine, prima della grande pianura gialla, una collina, una grossa bolla, con in cima un paese ammonticchiato. Alle sue spalle le montagne ricche di boschi di faggi. Il paese è all’interno della Lucania. Le case sono scure e cadenti, le strade fatte di sassi piene di maiali, di capre, di asini, la sola ricchezza che hanno i ”cristiani”, ovverosia gli abitanti del luogo, dediti per lo più ad attività primarie e primitive. La piazza principale, il luogo di ritrovo nel quale prima o poi, giornalmente, passano tutti, è un acciottolato alla sommità, tra il Comune, la chiesa e un caffè. È il cuore del paese. Un paese che prima non aveva bisogno nemmeno del cuore, perché era un paese che non era vivo. Era un paese dove prima non succedeva mai nulla. Da qualche tempo però, due volte negli ultimi tre anni, ci passa come un vento di follia. Gli uomini scendono urlando e alzando i pugni nella piazza dell’orologio, spaccano le botteghe della gente perbene. Qualcuno, venuto da fuori, grida, reclama diritti per gli altri, incita i compagni allo sciopero. La polizia arriva con le camionette e arresta il tale, il talaltro. Le donne urlano. I giornali parlano di rivolta del bracciantato meridionale. C’è anche qualche ferito. Partono e arrivano telegrammi, e si palesano macchine lucenti, qualcuna targata Roma, qualcun’altra targata PZ, ovvero Potenza. Subito, come in tempo di guerra, una elargizione straordinaria di beni di prima necessità. Farina, formaggio, vestiario. E c’è un’ampia distribuzione anche di promesse elettorali, rassicurazioni clientelari: alti papaveri di ogni genere giurano e spergiurano che a Roma si pensa a loro, che la riforma sta per arrivare, che non saranno dimenticati. Poi i forestieri se ne vanno, e tutto ricomincia. L’eterno ritorno dell’uguale. Nel paese resta l’attesa. E la speranza. Che la riforma sia una sorta di panacea, la cura per tutti i mali. I massari passano sulla piazza, e insieme a loro la Seicento dei finanzieri, l’arciprete con la mazza dal pomo d’argento, il daziere accompagnato dal suo fido cane nero. Qualcuno ben vestito va e viene: una spola continua. Un carbonaio scarica tre muli. L’orologio segna le ore una dopo l’altra, un giorno dopo l’altro. Tira vento, è ottobre inoltrato. L’anno scolastico è appena iniziato, il primo del mese, san Remigio, come da consolidata tradizione. Il professore è appena arrivato. È ospite da don Rafèle, il sindaco. Nonché proprietario terriero, in aperto contrasto con don Carlo, l’altro grande latifondista. Il gatto dorme acciambellato, mentre quella terra è impolverata e muore di sete: non piove da due mesi…

Giuseppe Bufalari, fiorentino verace, l’anno prossimo compirà novant’anni. La gran parte dei quali passati scrivendo, molti anche dietro una cattedra. È il 1960 quando per la prima volta fa la sua comparsa negli scaffali delle librerie La masseria, libro definito da molti ‒ in maniera del tutto pretestuosa, banale e riduttiva ‒ uno dei capisaldi del cosiddetto romanzo meridionalista, premiato e pluritradotto (tedesco, spagnolo, svedese), oltre che, evidentemente, edito e riedito. Il perché è presto detto: è un quadro commovente, limpido e icastico, preciso sotto ogni aspetto e senza cliché di un mondo come la Lucania degli anni del secondo dopoguerra, della ricostruzione, della speranza, dei prodromi del boom, ma dove il boom e la speranza sembrano lontani anni luce. Un dipinto aspro e amaro, duro e disperato, dove eppure sboccia come fiore nel deserto, ogni tanto, un lampo di tenerezza. Il protagonista è un insegnante, uno di quelli che crede nel suo mestiere, che lo prende come una missione, che pensa che sia una grossa responsabilità formare i cittadini del futuro, che si impegna, che non se ne sta lì a scaldare la cattedra, intascare lo stipendio o fare assenze strategiche come il peggiore dei suoi alunni in vista di un compito in classe per cui non ha studiato. Uno che è anche assistente sociale, perché ci sono posti in cui l’unico companatico è il degrado, il disagio di chi si arrampica con le unghie e con i denti sulle rupi della vita e cerca di conservare intatta la sua dignità ma non ha nessuna opportunità di riscattarsi perché nessuno si prende la briga di consegnargli uno strumento in mano. Insomma, un insegnante come ne sono rimasti pochi, purtroppo. Uno di quelli, per capirsi, che svuota il mare col cucchiaino, e che crede anche che se si parla di scuola dell’obbligo sia un obbligo per gli studenti andarci, per i genitori mandarli e per gli insegnanti fare in modo che tutti arrivino, perché che vadano avanti solo i due più bravi che ce la fanno da soli è un filo troppo comodo. E uno di questi deve essere evidentemente stato Bufalari, che ha insegnato nel 1953 in una masseria lucana, poi a Calvello e infine a Porto Ercole, dove ha scritto il romanzo, completato nel 1959. È un’Italia che non esiste più quella che Bufalari racconta con una prosa che ricorda Silone, Sciascia, Alvaro, Cassola, Pratolini, Vittorini e tanta altra letteratura italiana di metà Novecento, e al tempo stesso è originalissima, tutta sua, seconda a nessuna per scintillio. Eppure è un’Italia ancora viva, non solo perché il suo ritratto è arrivato fino alle nuove generazioni tramite i racconti di chi li ha preceduti, sempre che siano stati ascoltati, ma perché è la radice dell’albero che siamo, nel bene e nel male.

 

 

 

 
 
 
 

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