La mela e altri peccati poco originali

La mela e altri peccati poco originali

Un uomo di penna, un giornalista, avanza nella sua corsa contro il tempo… In una famiglia come tante, ognuno è avviluppato nel proprio terribile e inconfessabile segreto… Un giornalista esplora una nuova catena produttiva dove i bisogni collettivi (i più assurdi) sembrano trovare soddisfazione e mercato… Un uomo non sa giocare a scacchi, tanto meno con la vita, con le persone, e lascia che tutto accada solo dentro di sé… Jean è un ragazzo del Benin: accompagnato dalle parole di Dumas, tenta un viaggio che, come una ruota, non può fermare… Un ragazzo scopre l’eros e rimane in balia della sua potenza… Un ex agente privato, Jeff C. Handler, in una bettola malfamata, incontra, dopo anni, la sua Diane… Due ragazzi cercano di costruirsi, di costruire la loro vita insieme, di comunicare, completando le difficili frasi che dicono l’amore… Un giornalista ragiona sull’uso della parola come descrizione del dolore fisico e dell’anima… Un medico trentenne, preoccupato per le sorti amorose e non della sorella, affronta il conflitto insoluto tra sapere e morale, libertà e subordinazione… Uno scrittore dialoga con un personaggio-larva, ancora non nato… da un mosaico di personaggi (e di pecore) emerge, limpida, l’imperfezione umana… Un vecchio alterco tra due musicisti si dilata nel tempo… La morte d’un uomo affetto da “luporotomia” crea un vero caso medico-legale… Un uomo e una donna, una vecchia coppia interrotta, si rincontrano su un treno, riportando a galla vecchie e amare verità… Un legame sbilanciato viene consumato all’ombra di Dio… Un pendolare, un viaggiatore esperto di corpi femminili, è alla ricerca del suo baricentro…

Massimiliano Colucci ci regala ben diciassette racconti in cui a fare da cerniera è l’idea del limite umano che sfocia nel peccato: nella mela che si fa malum. È in esso che l’uomo affonda e fonda la propria umanità che è, innanzitutto, fragilità. Piccolezza. Permane, tuttavia, un diktat: “la responsabilità di non contagiare gli altri con le proprie malattie”. Perché il peccato nasce, spesso, anche da un limite relazionale dell’uomo: da un’incapacità di legarsi a…, di gettare un ponte solido tra sé e gli altri. La prosa è spigliata, fresca e innovativa; giovane, colta e coraggiosa, lascia spazio all’intelligenza. Nulla è lasciato al caso e tutto collima: tutto ha un senso, ma non un giudizio. Ironia e clemenza (che si fa quasi compassione) la fanno da padrone, mentre l’antologia degli uomini è sfogliata da un occhio tanto esperto quanto frizzante. Non traspare rancore o livore verso l’uomo, ma solo la matura accettazione di chi non ha paura di raccontare il difficile mestiere d’essere uomini e, anche davanti alle sue mostruosità, non si ritrae, né chiude gli occhi. Lo scrittore sa leggere anche il buio. Il buio in cui si va a ficcare l’uomo, in quanto tale. Lo scrittore ridona vita all’uomo, non per idealizzarlo, ma per servirgli la sua umanità. La narrazione fa, dunque, da specchio alla vita, in un mutuo scambio che, nel rifletterci, ci arride. Quella di Colucci resta una penna che, seppur con ironia, canta l’uomo e le sue gesta… normali.



 

 

 
 
 
 

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