La melodia dei perdenti

La melodia dei perdenti

Trent’anni, un discreto impiego e un fidanzamento che sembra a un soffio dal grande passo, l’io narrante soffre di malinconia e di un cronico senso di inadeguatezza: in certi frangenti sembra sia per colpa della vita in provincia (noia, distrazione, isolamento), in altri sembra sia uno strascico di qualche dramma famigliare primitivo (padre fuggiasco all’estero, per questioni sentimentali). L’equilibrio si spezza rovinosamente, già nelle prime battute: la fidanzata s’arrende alla sua malinconia cronica e si defila; a quel punto l’io narrante alterna formidabili sessioni alcoliche, nostalgia clamorosa della perduta musa e sbarellate vicende erotiche, poi chiaramente s’accorge che del suo lavoro dopo dieci anni era proprio esausto e allora si fa licenziare, offendendo il datore di lavoro, padre del suo migliore amico. Sul binario limpido dell’autodistruzione, sazio di un certo stile di vita e dei limiti della provincia italiana di questa nostra epoca buia, sceglie un’intelligente via alla rinascita: un ritorno alle origini famigliari. Sono le origini campagnole, dei nonni, vivi e combattivi e rimasti miracolosamente estranei alla tentazione di trasferirsi in città – rimasti orgogliosi della loro semplicità, della loro superba povertà e della loro essenzialità. Potrà la campagna guarire i nervi di un inquieto figlio della vita di provincia, disilluso e viziato e mezzo borghese? Potrà la campagna restituire equilibrio, saggezza e misura a chi si stava nutrendo di disordine e rabbia?

Opera prima dello scrittore perugino Simone Pagiotti, outsider classe 1978, La melodia dei perdenti è una pagina di rifiuto viscerale e radicale della società e della cultura italiana contemporanea e al tempo stesso una sofferta rappresentazione delle peculiarità e dei limiti della vita in provincia. Il libro è stato penalizzato dalla pubblicazione di una prima edizione letteralmente falcidiata dai refusi e dagli errori di stampa; questa seconda edizione, decisamente ripulita e restituita a una maggiore presentabilità, alterna comunque momenti di vera personalità e discreta sensibilità (credibili e coinvolgenti le pagine dedicate alla vita in campagna, al dialogo coi vecchi nonni, alla riscoperta delle proprie radici e in un certo senso del proprio ego) ad altri che sembrano caricaturali, derivativi o folkloristici (leziosetti i richiami a Bukowski e Pedro Juan Gutiérrez, eccessive e didascaliche le bevute di birra, fiacco lo scontro col datore di lavoro, troppo convenzionali certe dinamiche relazionali). Pagiotti va, in ogni caso, con i suoi coetanei Paolo Mascheri e Andrea Consonni, a rappresentare una colorita e isolatissima minoranza di scrittori della provincia e della periferia italiana che ha, una generazione più indietro, un buon rappresentante in Giorgio Falco. Pagiotti però ha questa meravigliosa sensibilità per la campagna che potrebbe figliare qualcosa di finalmente onesto e verace, nel corso degli anni. L’epilogo di questo romanzo è forse il principio del prossimo libro.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER