La melodia del corvo

La melodia del corvo
Gino Bonazza si sveglia con gli occhi chiusi e le palpebre pesanti come pietra. Dove si trova? Chi è? È vivo o è morto? Buio. Gino prova a stringere i pugni ma non sente niente e nella testa due pugili combattono all'ultimo round sbattendo tra tempie e cervello. Bum! Interviene un colpo di tosse che come un arbitro sospende le botte per far riaffiorare frammenti di memoria: una bottiglia si ribalta e si frantuma per terra e al suono dei cocci sul pavimento subentra un canto di sirene orrende e ammalate. A Gino qualcuno ha detto che venti pastiglie sarebbero bastate, ma per star sicuro ha pensato che sarebbe stato meglio prenderne quaranta di Tavor, magari condite con vino rosso succhiato dal collo della bottiglia e con mezza bottiglia di grappa per farsi venire il coraggio. Ahh... Com'è leggera la vita quando ti si toglie di dosso. Leggera? Invece no. Perché Gino Bonazza non muore, e a palpebre alzate si ritrova in una bianca camera d'ospedale tra un ragazzo normale trasformatosi in tossico dopo il servizio militare e un ragazzo col bernoccolo mistico che pensa di essere il giustiziere di Dio. Nella stanza della sua convalescenza, una dopo l'altra vengono a fargli visita alcune donne: sua figlia Martina, triste com'è sempre stata, e sua moglie Luisa, che non ride mai e che mai riderà. Ma Gino non aspetta loro, aspetta solo Giuliana, riapparsa per caso nella sua vita dopo venticinque anni di assenza in un 18 ottobre che sembrava essere il più sereno e promettente dei giorni. Giuliana, una donna furiosa come una tempesta, dalla voce roca e dai modi bruschi, si è insidiata dentro la storia di Gino per rubargli l'orologio della vita e cantargli una canzone nuova, melodiosa come una malia e gracchiante come un corvo. Eppure la mamma di Gino lo diceva sempre che la gioia è il principio del dolore...
La melodia del corvo è un canto dissonante che parte dal tono medio di una vita piccolo borghese, sale con la velocità di un incendio tra le altezze della passione e infine precipita nelle note basse, ruzzolando fino a dove la musica si trasforma in fracasso e stridore. Pino Roveredo, da anni impegnato in varie associazioni umanitarie, continua a parlarci degli ultimi, dei dimenticati e di tutti quelli che non riescono o non possono correre sulla strada asfaltata degli obblighi e della buona società, ma camminano o a sostano ai bordi di essa, anelandola o disprezzandola, a seconda dei casi. Gino Bonazza non è certo un primo, un arrivato, ma non può neanche lamentarsi: ha una famiglia che non è certo perfetta, ma è pur sempre una famiglia; ha un lavoro che non è certo il migliore dei lavori possibili, ma è pur sempre un lavoro che gli garantisce 100 euro al giorno sicuri nel portafoglio e ha un tetto a cui tornare sera dopo sera. Tuttavia bastano l'incontro con Giuliana e poche scelte sbagliate a sovvertire l'ordine della sua vita e a farlo sbandare fuori dalla strada principale verso il bordo, da dove verrà sempre più risucchiato nel fosso. Basta un attimo per scambiare i ruoli tra chi getta la moneta al passante e chi la riceve. “Like a rolling stone”, direbbe Dylan. Il linguaggio è crudo, le parolacce non si contano e il messaggio ti arriva dritto dritto in faccia come un pugno. Per farti spalancare le palpebre.

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