La memoria

La memoria

Un bambino, avvolto nella sua sensibilità, osserva i grandi e il loro mondo (che è poi anche il suo). È un adulto che ha conservato gli occhi del bambino che è stato e che ancora è, e con quegli stessi riguarda e, soprattutto, ricorda. Riporta al cuore quello sguardo carico d’attenzione e di vivida delicatezza, quelle emozioni dell’infanzia da cui tutto sgorga. “Era il più bel viale del mondo” il suo, quello in cui abitava, nella Milano tra fine Ottocento e inizio Novecento: dove, da lontano, osservava i teppistelli della “Casa dei ladri”, lui che era “figlio di signori” e dunque destinato alla compostezza e alla solitudine, o al massimo alle sole cure delle operaie della fabbrica di suo nonno. In casa, invece, serate silenziose s’alternavano a festicciole fatte di salottini, di uomini e donne che “predicavano bene” e gli indicavano la (sua) strada per la vita, d’uno “scatenarsi demente di parole” laddove “le cose supreme stavano immerse nel silenzio”. Nel silenzio agisce anche la fantasia (“È una fortuna non nascere con troppa fantasia…” sentenziavano quelle bocche vacue): quel naturale susseguirsi d’un mondo d’immagini che sempre salva e accompagna la purezza dell’essere…

Quello di Angioletti è, in primis, un racconto sensoriale (in cui narrazione, descrizione e dialogo si fondono senza confini): allo sguardo bambino si unisce soprattutto l’udito (e, in misura minore, il tatto); narra la percezione giovane e ostinata della vita, la scoperta d’una realtà, talvolta nefanda e borghese, per cui si fa fatica a trovare un giusto senso. La ricerca coinvolge tutta la persona, nel desiderio e nella paura di innalzarla dalla finitezza (di quegli adulti così “uguali nei desideri”) all’infinitezza d’un cuore imberbe. Il protagonista interiorizza quell’ostacolo all’infinito che in Leopardi (cui l’Angioletti, in qualità d’esponente de La Ronda, inevitabilmente guarda) era più che altro fisico e spaziale, ma che proprio per questo ne garantiva l’anelante raggiungimento: in Angioletti, invece, è l’uomo moderno in quanto tale il vero limite al sublime, il vero ostacolo a sé stesso: “Noi stavamo sulle soglie dell’infinito, come accattoni sulla porta di un castello”. Quella de La memoria (testo vincitore del Premio Strega nel 1949) è una giovinezza acutamente percettiva, che accende tutti i sensi umani per riconoscere e riconoscersi. Non c’è sfasatura tra infanzia (mai perduta) e maturità: i due momenti si sovrappongono e si completano come due facce d’una medesima medaglia. S’includono a vicenda come due cerchi concentrici nati da quel sassolino fastidioso che è l’uomo nell’acqua della vita. Angioletti ci fa dono di pagine intrise di saggezza, potenza lirica e di tutta l’umana delicatezza e bontà (e anche di delusione e d’un pizzico di rabbia che un po’ lo accostano, tra gli altri, a un altro scrittore: Guido Morselli), in cui le verità del cuore – limpide come la sua prosa –, così come il suo errare, ritornano… come nel gioco dei ricordi (in cui un ruolo centrale è svolto, non a caso, dalla figura materna), come sospinte dal “canto felice della memoria”.



 

 
 
 
 

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