La memoria dell’albero

La memoria dell’albero
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Le cose e il loro nome. A Barcellona c’è un bambino, Jan. Ha un nonno che si chiama Joan. A lui manca una o. I genitori hanno deciso di togliere la o. Una o può stare per oblio. Il nonno va a prendere Jan a scuola, gli porta il panino che la nonna gli ha preparato, e lui lo mangia con voracità, mentre parla con il nonno. Di alberi, di numeri, delle cose e del loro nome. I nonni hanno una casa a Vilaverd, odora di stufa, il tempo passa più lentamente, il sole è cocente e c’è una piazzetta dove un tempo troneggiava un bel salice piangente. Joan racconterà la storia del salice piangente a Jan, quando sarà il momento. Un giorno i genitori di Jan gli comunicano che i nonni verranno a stare da loro. Saranno in cinque tutti i giorni, d’ora in poi. Nonna e mamma in cucina, le “clonatine”. Il nonno alle prese con i suoi orologi, tic tac. Il padre che torna di sera, e che s’inventa belle storie di aerei quando è giunto il momento di andare a letto. Il nonno, però, comincia a dimenticare. Malattia, colpa della malattia. Smarrimento di nomi, di posizioni. Questo pomeriggio verrà la nonna a prenderti. La mamma ti porta in cucina, il rubinetto aperto, deve dirti qualcosa. È tempo di sentire la storia del salice piangente colpito dal fulmine, che hanno abbattuto...

Tic tac, scandiscono gli orologi di Joan. Tic tac come piccole azioni che si compiono ogni giorno, e dentro le quali vive un linguaggio segreto, capace di venire su come pulviscolo chiarissimo e raccontare di silenziose epifanie, in cui vive la storia di una famiglia, o per meglio dire la magia di un organismo in movimento, In alcune delle sue brevi pagine, il romanzo di Tina Vallès squaderna piccoli tratti di vita familiare che pullulano sulla pagina, anche un pomeriggio nella casa dei nonni, i movimenti in casa, con gli adulti presi in faccende, abitudini, impegni e rilassamenti, e un bambino che gira, osserva, compone con lo sguardo i nomi delle cose e ripete, e registra le emozioni che salgono a galla nella ripetizione, l’odore della nonna, lo sguardo che può diventare di vetro, le parole che si nascondono, il silenzio doloroso che infastidisce Jan, l’ombra, la malattia e la memoria che si sfalda. Jan e Joan parlano con gli alberi, attraverso gli alberi, convivono vicini e profondi quando il pomeriggio vanno da scuola a casa. Il nonno gli parla di come un’ombra di un albero può salvare, di come foglie gialle e rami possono guarire. Toccano gli alberi, li accarezzano. E la memoria dell’albero scorre dal ceppo tagliato alle dita sporche di verde di un bambino che continua a guardare e disegnare. Anche senza vedere niente. Guardare.



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