La menzogna in politica

La menzogna in politica

Nel 1971 il “New York Times” pubblica i Pentagon Papers, un resoconto top secret sulla conduzione della guerra degli Usa in Vietnam, molto diverso dalle versioni ufficiali fornite da Washington a uso e consumo dei media e dell’opinione pubblica. Per raggiungere i propri obiettivi, la politica ha sempre preferito alla veridicità la segretezza e la bugia, mezzi abili per modificare, attraverso l’immaginazione, la realtà. L’arte americana della menzogna in Indocina ruota attorno a due elementi fondamentali: la filosofia da “Madison Avenue”, volta con un’operazione di maquillage a salvaguardare il mito di superpotenza dell’America, e la logica calcolatrice dei problem-solvers che, credendo nell’efficacia della teoria, hanno pensato di poter sostituire i “fatti” contingenti con dati matematici. La propaganda dell’intelligence è stata rivolta completamente a mantenere intatta la reputazione degli States e del suo Presidente ed evitare i possibili traumatici effetti di “una sconfitta umiliante”. Per questo sono state prese decisioni al solo scopo di “salvare la faccia”, ben sapendo che non avrebbero portato alla vittoria e causato immani sofferenze nei due Vietnam e in tante famiglie a stelle e strisce…

Quale interesse può avere un colosso come gli Usa a invadere un piccolo e povero paese? Partendo da una semplice domanda Hannah Arendt innesca una lucida analisi sull’uso in politica della menzogna. Se nel passato gli arcana imperii erano considerati necessari per le strategie diplomatico-militari di uno stato, al tempo dei Pentagon Papers l’occultamento della verità e la creazione di una dimensione virtuale servono a fissare un mondo “pubblicitario” dove conta l’apparire e non l’essere. La filosofa tedesca smonta la montagna di tesi – dal “caso test” dell’Indocina all’“effetto domino” - dei problem-solvers e dei decision-makers, evidenziando come esse non siano delle dinamiche ideate per vincere una guerra, ma delle formule vuote di convincimento della massa sia della bontà di una crociata anticomunista, sia della immensa forza di una nazione. La menzogna in politica è un saggio di impressionante modernità, mai infatti come nella società odierna la politica è diventata pura elaborazione immaginativa della realtà, manipolata da falsificazioni via web, fake news, promesse inattuabili. Dietro il discorso illusorio rimangono però i fatti ai quali non ci si può sottrarre, come racconta bene Steven Spielberg in The Post (e ancor di più Adam McKay in Vice). Le conclusioni della Arendt sono piuttosto ottimistiche nel vedere come in America ci siano una stampa e un pubblico capaci di pensare con la propria testa e di opporsi alle derive imperialistiche di chi li governa. Oggi possiamo condividere lo stesso ottimismo?



0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER