La mia lotta (I)

La mia lotta (1)

Karl Ove Knausgård è uno scrittore norvegese di successo. Sposato con Linda Boström, ha tre figli, vive a Malmöe in Svezia e tenta di descrivere la sua storia personale con l’aiuto di un lunghissimo diario romanzato. Partendo dall’infanzia (o per lo meno dagli episodi che ricorda come fondamentali), in questo primo tomo ricorda in particolare la figura del padre, che con i suoi modi autoritari lo ha costretto a vivere i primi anni della sua vita in modo rigoroso, senza la possibilità di un contatto o al massimo con sporadici episodi che esternassero emozioni. Il bambino cresce, e con il passare degli anni inizia ad innamorarsi, ad andare al liceo, a suonare in un gruppo rock, a selezionare gli amici e gli amori. Una normale vita di un qualsiasi ragazzo nordeuropeo, insomma. Nel prosieguo del ricordo (intervallato con la cronaca del rapporto con la moglie in dolce attesa) vengono analizzati gli episodi della morte del padre alcolizzato, il rapporto con il fratello Yngve e la costruzione di una carriera di scrittore e giornalista...

Costruito come una serie di flashback che ad alcuni addetti al marketing hanno fatto venire in mente Proust per la capacità di descrivere i sentimenti, questo primo libro di una saga che in Norvegia si sta concludendo con il sesto volume è un monumento alla descrizione della quotidianità, senza alcuna barriera moralistica o ideologica. L’opera, che dal titolo riprende il memorandum hitleriano Mein Kampf con un gusto dell’orrido abbastanza singolare, non ha infatti alcuna velleità di insegnare qualcosa, resta sospeso in un limbo zen minimalista, come lo sono i sentimenti del suo protagonista, freddo e risoluto, ma in certi casi con epifanie che esplodono in pianti purificatori (“La prima volta che avevo capito che quello che scrivevo era davvero qualcosa e non solo qualcosa che volevo che diventasse qualcosa, o che fingeva di essere qualcosa, fu quando scrissi un passo su papà e mentre scrivevo iniziai  a piangere.”). E questa capacità di far parlare un personaggio senza le barriere della struttura narrativa di finzione, ci consegna una storia che ad ogni pagina si rivela essere solo un pretesto per dissolvimento costante della trama, concentrandosi su un neorealismo che in patria ha suscitato più di qualche interrogativo per la puntigliosità dei riferimenti che vanno a scandagliare un po’ troppo in profondità la vita degli amici e dei conoscenti dell’autore stesso. Un modo di concepire la figura dell’autore che sta a metà tra il poetico e il voyeuristico à la Grande Fratello, ma che per la grande abilità tecnico-narrativa si fa apprezzare e ci fa attendere con trepidazione il secondo volume. A quando la traduzione?



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