La mia parola è no

La mia parola è no
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L’esistenza umana è un perimetro all’interno del quale le mie aspirazioni e realizzazioni personali sono sminuzzate e parcellizzate. Alla fine si arriva sempre incompleti. Il tempo si è esaurito ed io sto ancora costruendo una parte di me di cui non vedrò mai l’esito. La vita è un andito di frustrazione che non appaga la mia inquietudine, non realizza i miei desideri, non estingue la mia sete. “Ciò che è l’uomo non può essere espresso attraverso la vita. Si intravede appena, balugina, manda riflessi di chiarore come una fiamma nella nebbia. Nient’altro. È un fuoco che viene soffocato. Con quanta forza avrebbe potuto levarsi verso l’alto non lo sapremo mai”. La vita non è sufficiente per realizzare me stesso perché mi incatena al suo ciclo, mi rende impotente davanti alla rigidità dei suoi binari. Davanti ad una così insopportabile tirannia mi chiedo se davvero essa è l’unica cosa che possiedo per realizzare me stesso. E se la risposta è sì, allora qual è il rimedio, se un rimedio c’è; non posso immaginare che questo tempo e questo spazio non mi bastino perché dentro di me coltivo il seme dell’infinito? Può anche darsi che finisca tutto così, con questa esistenza castrata e inappagata, ma davanti all’immensità dell’essere umano, davanti alla vastità della sua mente e della sua creatività; davanti all’inesauribilità del mistero dentro il quale egli cammina e davanti all’ostinazione del bene che si annida ovunque, dell’amore, dell’alterità, la risposta è no. No, l’uomo, malgrado la corruzione che lo copre e lo diminuisce, malgrado se stesso e le azioni che compie porta una scheggia di divino nel suo cuore che lo rende superiore alla vita stessa e più duraturo di essa; lo porta a scavalcare la vita, i suoi steccati, le sue ristrettezze, le sue scarne risposte ad incalzanti domande “perché essere uomo è avere fame”…

Pär Lagerkvist era ateo. Alla fine della propria vita ha inteso soffermarsi con più attenzione e maggiore lentezza a riflettere su quelle domande così vaste e profonde che una sola esistenza non è sufficiente a dare loro risposta. Ne è scaturito un breve saggio che ha il sapore del testamento spirituale; una critica aspra e libera allo scetticismo miope e disfattista in cui si interroga sul senso dell’essere umano, il suo stare sulla terra, la ricerca della propria vocazione (che ci faccio qui e perché), l’alterità, la dignità, la spiritualità, il mistero insondabile di Dio. Il cuore del suo meditare è che l’essere umano e la vita non si appartengono. Quest’ultima è carceriera e il primo è schiavo. La vita “ci rende felici, ci riempie di beatitudine senza sapere come e perché” e allo stesso tempo “ci precipita nei più profondi abissi senza nessuna cattiva intenzione. Non ha la minima idea di noi. Si limita a darci tutto – perché così dev’essere”. Sta stretta a noi che siamo così gravidi di inquietudine perché abbiamo sete di cammino e di ricerca e nasciamo con un inestinguibile desiderio di stelle e di infinito per una domanda di completezza che risponde alla necessità interiore di scacciare quel senso di vuoto e di nulla che ci minaccia. “La vita non ci basta”, ma l’essere umano è più grande e più forte della sua dittatura. Camminare, sperimentare sono i nostri bisogni primari che con parole dense e sanguinanti Lagerkvist celebra sull’altare della sua poesia struggente e carnale, perché sono i meccanismi che fanno dell’umanità un elemento in continua evoluzione, un elemento di speranza che guarda ad orizzonti sempre più lontani e metafisici. Così Lagerkvist suggella la propria devozione al bene e alla bellezza, accorda la sua fiducia alla grandezza interiore dello spirito umano, alla sua capacità di essere sempre migliore di quello che è nonostante la vita, i suoi tranelli, le sue malignità. Nonostante il male che sembra sempre prevalere sul bene solo perché, nella sua banalità, è più facile da vedere. “Se ci vuole acume per vedere il mondo così com’è, ce ne vuole anche per far penetrare lo sguardo più a fondo nell’intimo degli uomini per riuscire a vedere quel che sono destinati ad essere, nonostante quel che sono, nonostante tutto ciò che li nasconde, che li adultera. La vista acuta del cuore porta fino a ciò che vi è di misterioso, di più sacro. Non è in fondo così stupido aver fede nell’umanità”.



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