La mia scuola a impatto zero

La mia scuola a impatto zero
“Sono le sette del mattino di un lunedì di settembre. Oggi è il primo giorno di scuola […] Finita la colazione, genuina ed abbondante, ripongo un frutto nello zaino leggero (ché i libri sono già in corridoio nei rispettivi armadietti e sul tablet che mi aspetta sul banco) e scendo in strada, dove mi aspetta il piedibus per accompagnarmi, con gli altri miei «colleghi», nel cortile della scuola. Noto che i contenitori della raccolta differenziata non hanno cambiato posto, mentre l'orto di classe è maturato […]. In mensa, anche quest'anno l'acqua che beviamo è quella del sindaco […] e le stoviglie sono tutte di porcellana. Cosa ancora più importante, però, è che il cibo preparato nella cucina accano è frutto di prodotti sani, di stagione, a filiera corta e senza imballaggi. […] Sono le quattro del pomeriggio, e siccome si è scatenato un temporale […], il piedibus è sospeso: si torna tutti a casa con lo scuolabus. Elettrico...”. È vero, non si direbbe, ma la giornata tipo di uno studente di un istituto scolastico “virtuoso” è segnata da queste (e altre) tappe. Sembra ai limiti dell'inverosimile, quasi del canzonatorio; invece Marco Boschini, che ha fondato e coordina l'Associazione nazionale dei Comuni Virtuosi, in questa realtà ci si è immerso e le ha scattato dieci istantanee, che ha assemblato in questo poster. Sono dieci esperienze collaudate, dieci proposte concrete e concretizzate in alcune “oasi” più coscienziose, sparse per il territorio italiano, dal varesotto alla provincia di Palermo. La situazione degli istituti scolastici italiani, lo sappiamo, è tutt'altro che rosea, da vari punti di vista; da quello infrastrutturale, poi, è quasi emergenziale. Ma non tutto è perduto. Il modello latoucheano di decrescita pare trovare un terreno molto fertile nelle giovani coscienze, e Boschini lo ha toccato con mano: forse perché il loro immaginario non è ancora definitivamente presidiato dalle forze consumiste, ipersviluppiste, ed egoiste che manovrano la marionetta della “crescita” occidentale, e “decolonizzarlo” è impresa fattibile, e anzi da fare. Prima che continui ad alimentare, autodistruggendosi, le file di adolescenti iper- cellularizzati, socialnetworkizzati e (mal)alimentati…
Buon senso e buone pratiche trasformano in oro le piccole risorse a disposizione. E allora ecco come da dieci piccoli semi può crescere una buona società “verde” del futuro. Insegnando ai ragazzi a gestire le risorse energetiche in qualità di “guardiani della luce”, e parallelamente facendo loro conoscere che esistono anche altre fonti energetiche, pulite e rinnovabili, e che disporne è semplicissimo se si è in grado di autocostruirsi un pannello solare. Educandoli alla raccolta differenziata e, al contempo, a ridurre i rifiuti a monte, organizzando una gara con in palio gli “ecoeuro”, spendibili in progetti ad hoc. Abituandoli a bere l'acqua del sindaco, a riciclare e riusare, a preferire i cibi genuini, magari autoprodotti con l'“orto in condotta”. A non buttar via ciò che avanza perché c’è comunque qualcuno per cui ha ancora importanza, o qualche modo, anche creativo, per trovargli una ragion d’essere. Insomma, riportando in vita consuetudini, conoscenze e sensibilità che suonano ormai antiche, pur avendo meno di cent'anni. L’invito dell’autore è a tirar fuori le teste dalla sabbia, e ricominciare ad ascoltare, a guardare e guardarci negli occhi. Prima di dire, poi, che sono le solite belle parole, le solite meravigliose intenzioni, prima di delegare la nostra vita, di nuovo, alle disillusioni e alla delusa rassegnazione, lasciamoci irretire dalla descrizione di un futuro più che possibile, e anzi di un presente più che un futuro: il coinvolgimento a tappeto di tutti gli attori in scena, dagli studenti ai genitori, dalla comunità locale alle figure istituzionali, porta a risultati concreti, tangibili, che a loro volta diventano carburante per altri progetti, innescando un circolo virtuoso, autoalimentato e a impatto zero. E contagioso, perché l'imperativo non è più “saper fare”, ma “far sapere”, in tutte le accezioni e declinazioni possibili. E allora “cosa accadrebbe in caso di abuso di questi progetti”? Si potrebbe avere un risparmio di oltre il 55% di corrente elettrica, di milletrecento euro l'anno di riscaldamento, sedicimila di acqua, e si potrebbero far sparire qualcosa come ottantamila chili di rifiuti l'anno.  “Tutti i progetti descritti sono stati testati, con successo, in decine di istituti comprensivi (di ogni parte e grado) sparsi a macchia di leopardo sull'intero territorio nazionale”. Non ci sono limiti da inventare, né scuse da accampare, di territorio, di risorse, o altro: il primo, minimo, risultato è quello di veder dimezzate le spese, e questo assicura di certo l'attenzione di una buona fetta di interlocutori. Non male. Certo, il cambiamento parte da tutti noi, ma per poter permanere e consolidarsi in un “mondo” davvero nuovo, deve attecchire anche e soprattutto nella fibra delle giovani vite che lo andranno via via popolando. Dal riuso e riassortimento del patrimonio di nozioni e beni che stiamo per cedere ai nostri figli, anche se un po' malandato, c'è ancora del nutrimento da ricavare, e questo libriccino di ricette virtuose mostra con solida e asciutta concretezza alcune delle vie percorribili.

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