La mia stirpe

La mia stirpe
Uno scrittore viene svegliato da una telefonata nel cuore della notte. Suo padre ha avuto un ictus, è in ospedale. Al suo capezzale si ritrovano i quattro figli, pronti ad accudire quel vecchio contadino, aspro e rigoroso, forte di una fede religiosa quasi arcaica, come la sua visione della vita. E della morte. Ma l’ictus gli impedisce di parlare, così i figli hanno l’idea di utilizzare un alfabetiere. Il padre potrà indicare le lettere e comunicare i suoi pensieri, sillabare le sue ultime volontà. Le lettere, però, sono spiriti maligni che bisogna saper governare e se non hai mai imparato (o se te ne sei dimenticato) può risultare difficile anche ricordare la posizione di una A nella vivace e brulicante schiera di un intero alfabeto. L’indice del padre punta le lettere e poi scende incerto a colpire i singoli caratteri: al figlio scrittore il compito di rimettere insieme quelle macerie, quelle scaglie di vita che fugge…
Ripercorrere l’esistenza del padre, costruirgli un monumento di parole e, attraverso di esse, ripensare il proprio posto nel mondo, sentirsi un tutt’uno con una stirpe di contadini da cui, solo apparentemente, Ferdinando Camon e i suoi figli (uno produttore cinematografico in America e uno professore universitario), hanno preso le distanze. Cos’altro può fare uno scrittore? “Lo scrittore scrive perché è malato e non sta bene, se gli capita qualcosa non reagisce subito con la vita, reagisce più tardi con la scrittura, questo ritardo è un modo per spostare la vita in un altro tempo e in un altro luogo”. Il luogo de La mia stirpe è quello degli affetti più profondi, di quella misteriosa continuità che consente di ritrovare nello sguardo della nipotina gli occhi della madre bambina. Leggendo Camon vengono in mente i versi di Pasolini: “Io sono una forza del Passato. / Solo nella tradizione è il mio amore. / Vengo dai ruderi, dalle Chiese,  / dalle pale d'altare, dai borghi  / dimenticati sugli Appennini o le Prealpi,  / dove sono vissuti i fratelli”. Attraverso i ricordi familiari Camon traccia un’epopea che va oltre i confini della biografia e diventa una vera e propria allegoria esistenziale, perché tutti abbiamo amato, sofferto e gioito. Tutti, man mano che invecchiamo, guardandoci allo specchio intravediamo nel nostro volto il volto di qualche familiare. Nonostante la profondità dei temi trattati, la scrittura di Camon è lieve, musicale, spesso anche ironica, ma è un’ironia che ha il sapore dolce della saggezza e mai quello acidulo del sarcasmo. Una storia che è una riflessione sull’esserci e l’esserci stati, sulla continuità della vita e degli affetti. Un libro di rara e cristallina “saggezza occidentale”.

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