La misura del mondo

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Settembre 1828. Carl Friedrich Gauss, geniale matematico, è il più illustre cittadino di Gottinga (Göttingen). Si dice che persino Napoleone Bonaparte, per rispetto nei confronti del pensatore, abbia rinunciato a cannoneggiare la sua città natale. Gauss non si è mai allontanato da Gottinga, ma ora sta per farlo e non ne è affatto contento. È stato invitato infatti al Congresso degli scienziati tedeschi a Berlino: ovviamente inizialmente ha rifiutato l’invito, ma Alexander von Humboldt ha talmente insistito che Gauss “in un momento di debolezza e nella speranza che quel giorno non arrivasse mai” alla fine ha accettato di andare. Oggi però che l’ora della partenza è giunta, è furibondo e non fa che insultare i suoi familiari. Nel viaggio in carrozza lo accompagna il figlio Eugen, che lui tratta malissimo dandogli dell’idiota senza alcun motivo. Gauss non fa che borbottare su questo o su quello, dal fatto che nessuno voglia sposare la figlia alla “penosa accidentalità dell’esistenza”: è bizzarro e ingiusto infatti secondo il matematico che si nasca in una determinata epoca, finendo per avere “un vantaggio spropositato rispetto al passato” ma inevitabilmente diventando “lo zimbello del futuro”. Si placa solo quando si addormenta, fino al cambio serale di cavalli presso la stazione di confine. Qui Gauss e suo figlio approfittano della pausa per gustare una zuppa di patate in una locanda, finché un gendarme non chiede loro i documenti. Eugen gli porge un certificato della corte: è un lasciapassare per entrare nella Prussia come accompagnatore del padre. Invece Gauss non ha con sé nessun documento, “nessuna lettera, nessun timbro, niente di niente”, non ha sentito il bisogno di portarne con sé. Il gendarme è allibito. Eugen cerca di spiegargli chi è il padre e dove sono diretti: il Congresso degli scienziati tedeschi si svolge sotto il patrocinio della Corona, dunque in un certo senso è come se Gauss sia atteso in qualità di ospite d’onore dal re in persona. Il gendarme non è per niente convinto, ma le intemperanze di un altro avventore della locanda lo distraggono, permettendo al matematico e al figlio di uscire e di risalire in carrozza, attraversando il confine. Arrivano a Berlino nel tardo pomeriggio del giorno dopo. “Migliaia di case basse senza un centro né un ordine, uno sconfinato insediamento nell’area più paludosa d’Europa”, ma stanno “cominciando a costruire palazzi sontuosi: una cattedrale, dimore nobiliari, un museo per i ritrovamenti della grandiosa spedizione di Humboldt”. Alexander von Humboldt li aspetta proprio dietro al cantiere del nuovo museo e viene loro incontro. È un anziano signore di bassa statura con i capelli bianchissimi…

Alexander von Humboldt (1769-1859) fu un brillante naturalista e un infaticabile viaggiatore, il primo a descrivere scientificamente Sud e Centro America; Carl Gauss (1777-1855) fu un matematico e fisico geniale (conosciuto ai suoi tempi come “Princeps mathematicorum”), che ha fornito contributi determinanti in analisi matematica, teoria dei numeri, statistica, calcolo numerico, geometria differenziale, geodesia, geofisica, magnetismo, elettrostatica, astronomia e ottica. Il bavarese Daniel Kehlmann ripercorre le traiettorie di vita di questi due titani della scienza europea, fino a farle intersecare dopo circa 180 pagine. Humboldt e Gauss non potrebbero essere più diversi tra loro: il primo è di origini aristocratiche, il secondo plebee. Il primo è divorato da una voglia indomabile di viaggiare, il secondo non si muove dalla natìa Göttingen neanche a pregarlo. Il primo è di indole liberale, il secondo è un arcigno conservatore. Il primo è un omosessuale represso, il secondo ama le donne — anche se, beninteso, mette la matematica davanti a tutto. Due rette parallele, ma Kehlmann riesce nel miracolo di farle congiungere in una grigia giornata del 1828. E lo fa con uno stile che non ha nulla di pomposo, fitto com’è di humour raffinato e arguzie. Un po’ di Pynchon, un po’ di Voltaire e qualche dialogo che sembra tratto da una puntata de “I Simpson” (dei quali Kehlmann è un fan scatenato): aggiungete l’ambientazione affascinante, gli approfondimenti storici —perdonando all’autore qualche piccola forzatura – e avrete un romanzo imperdibile per chi ama l’Ottocento e certe atmosfere. Nel 2012 il regista tedesco Detlev Buck ha tratto dal libro, bestseller in patria, un film con Florian David Fitz e Albrecht Schuch.



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