La moglie del giudice

La moglie del giudice

Our Lady’s Asylum, Knockavanagh, contea di Wicklow, marzo 1954. Le duole tutto il corpo. Il cappotto di lana le pesa sulle spalle e le graffia la pelle. La cipria che lui le ha ordinato di mettersi in faccia le irrita le guance. Le scarpe che lui ha scelto per lei sono troppo alte. La caviglia le fa male. Grace affonda il viso nella seta del foulard. Ha un groppo di lacrime che le stringe la gola. Il marito le ha fatto preparare una valigia con lo stretto indispensabile dicendole che le avrebbe fatto bene stare via per un po’. Lei è tentata di buttarsi dalla macchina in corsa. Zia Violet è sul sedile posteriore. Stringe la borsetta e vede la nipote piagnucolare. Sembrano una famiglia in gita, ma il giudice imbocca la litoranea col solo scopo di abbandonare la moglie in un luogo dove le strappano i vestiti di dosso, anche le mutandine, nonostante abbia partorito da pochi giorni, le lanciano per coprirsi uno straccio di flanella bollito talmente tante volte che l’originario motivo floreale non si vede più e ridono di lei… Parnell Square, Dublino, marzo 1984. È una valigia di pelle marrone, infilata in un angolo tra la scrivania del giudice e la finestra affacciata sul giardino, sembrava dimenticata da tempo, tolta di mezzo in tutta fretta, abbandonata in uno spazio buio. Emma allunga la mano. Il giudice è morto, altrimenti non avrebbe osato curiosare. La maniglia è appiccicosa di polvere; il cuoio scricchiola. Vede un nome: Grace...

È madre, moglie, e scrittrice baciata dal successo di critica e soprattutto di pubblico, attiva anche sui social, giornalista di chiara fama che si occupa da trent’anni e più delle notizie più importanti, per lo più in ambito legale e su testate prestigiose ma niente affatto mainstream come “Irish Independent”, “Evening Herald” e “Irish Examiner”, originaria dell’Irlanda – di cui ha visto l’evoluzione, da paese ultracattolico poverissimo e oscurantista a stato che approva i matrimoni gay, in procinto di rivedere anche la posizione sull’aborto e che attira le multinazionali della tecnologia per il suo favorevole regime fiscale – occidentale (come Edna O’Brien e la famiglia di Frank McCourt, che insieme a Sebastian Barry sono le voci che più si riverberano nella sua prosa lirica) e ora residente nella contea di Wicklow. Ann O’Loughlin in questo avvincente romanzo gioca su diversi piani spaziali e temporali distanti decenni e migliaia di chilometri l’uno dall’altro per raccontare una storia straziante: nel 1954 Grace, giovane e bellissima, ha dovuto sposare suo malgrado un uomo ricco, vecchio, potente, crudele, freddo, insensibile, il giudice – in che mani è la giustizia… ‒ Moran, un manipolatore ossessivo che le toglie la voglia di vivere almeno finché lei non incontra il dolcissimo medico indiano Vikram. Si innamora, resta incinta, il marito la fa rinchiudere in manicomio, a Vikram viene detto che è morta e lui torna nel suo paese. Ma poi nel 1984 Emma, la figlia del giudice, morto il padre con cui non aveva rapporti da anni, torna a casa e trova i diari della madre che non ha mai conosciuto, la stessa donna che Vikram finalmente dopo decenni con mille sacrifici sta cercando insieme all’adorata nipote Rosa di raggiungere sulla sua tomba in Irlanda, per piangere l’amore perduto e mai vissuto davvero. Nessuno di questi personaggi formidabilmente caratterizzati sa però quello che li attende.



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