La moglie del rabbino

La moglie del rabbino
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Figlia unica dell’emerito rabbino di Staripol, Asherl Broido, Perele è una giovane donna ormai in età da marito che ha ereditato dal padre arguta finezza intellettuale ed erudizione nella lingua santa di analogo livello. Ma in prossimità delle nozze, Moshe Mordechai Ayznshtat, brillante astro nascente degli studi talmudici a cui ella era stata promessa in sposa, viene meno all’accordo matrimoniale e restituisce i regali ricevuti. L’indole indocile e le spiccate doti culturali della fidanzata lo intimoriscono quanto il presentimento di precludersi la possibilità di esercitare il ruolo di rabbino capo in una comunità di maggior rilievo. Perele sposa dunque Uri Zvi Kenigsberg, uno studente forte e prestante, con due occhi lucenti e un viso sereno. Un giovane mite, di modeste ambizioni e che si accetta di buon grado il ruolo di rabbino nella modesta città di Graypeve, dopo essere stato mantenuto agli studi dal suocero. Ella dà alla luce tre figli e si occupa, da degna moglie di un rabbino, di orientare e favorire i compiti del marito. Ma, con il trascorrere degli anni, le scarse velleità del congiunto e le amare insoddisfazioni procuratele dai figli, divengono un fardello sempre più pesante da reggere, come pure le notizie relative alla sfavillante carriera del primo fidanzato che le giungono di tanto in tanto. La donna decide allora di ricorrere ad ogni sorta di perfida astuzia e di fredda manipolazione pur di conseguire una rivincita…

I complessi grovigli famigliari e della vita comunitaria ebraica all’interno dei quali si avviluppa la vicenda della protagonista del presente romanzo ci raffigurano anche un affresco storico della Lituania tra gli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Periodo in cui il Paese, ma in generale tutto l’Est europeo, era travagliato da vibranti tensioni tra osservanti della tradizione talmudica, fieri oppositori ed esponenti del sionismo più oltranzista. La penna di Chaim Grade – nato a Vilnius nel 1910 e deceduto a New York nel 1982, reputato dagli gli esperti tra i più grandi scrittori in lingua yiddish di tutti i tempi, ben più autentico e innovativo dello stesso Isaac B. Singer – lo fa con l’insigne maestria con cui solo i grandi scrittori riescono in pieno a restituire il piacere della lettura. Il suo spazio narrativo conferisce un’aria viva e intensa a quella che potrebbe essere solo una delle tante saghe famigliari a cui ci ha abituato ormai larga parte della letteratura ebraica del Novecento. Pagina dopo pagina il racconto della vicenda della moglie del rabbino e di quella dei personaggi che ne incrociano la storia, aggancia il lettore e lo conduce al centro esatto di un tempo e di un luogo in cui il conflitto tra tradizione e cambiamento trasforma non solo le relazioni e i rapporti di potere all’interno di una comunità religiosa, ma anche quelli della vita privata. Al di là dello scorrere insieme fluido ma raffinato della trama, il tratto più singolare del romanzo è dato dall’attenzione minuziosa che l’autore dedica al tratteggio dei personaggi, dell’identità ebraica in tutte le sue diverse sfumature culturali e umane; mentre l’evocazione del quadro storico che fa da cornice, conferisce al racconto la misura di una tormentata epopea. Come solo sanno fare le storie capaci di far vibrare la musica distante delle cose che sembrano remote e che invece sono così prossime da sembrare quasi nostre.



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