La moneta di Akragas

La moneta di Akragas
406 a.C. Dopo un lungo assedio Akragas, l’odierna Agrigento, cede ai Cartaginesi che la mettono a ferro e fuoco. Kalebas, mercenario scampato al nemico, trova rifugio negli ipogei fuori città ma il destino beffardo non gli ha ancora concesso la salvezza: dopo qualche giorno di agonia muore a causa del morso di una vipera. Prima di precipitarsi nel vuoto di un burrone, il soldato vi lancia, quasi fosse una sfida, trentotto monete d’oro, la paga di otto mesi di combattimenti. 28 dicembre 1908: un’altra città siciliana, Messina, conosce la distruzione, questa volta a causa di un terribile terremoto. La Regia Marina Russa svolge un ruolo fondamentale nei soccorsi e, per una serie di circostanze, una moneta d’oro, forse una di quelle di Kalebas, entra a far parte della collezione dello zar, in segno di gratitudine. Un anno dopo, un contadino, rivoltando le zolle dure nei dintorni di Vigata, trova una piccola moneta d’oro e vuole regalarla all’appassionato numismatico dottor Gibilaro, il medico condotto che anni prima gli ha salvato una gamba da amputazione certa. Ma nel tragico intreccio di vicende umane, che forse è caso ma forse caso non è, la “ piccola Akragas” ( così i numismatici chiamano l’introvabile ed inestimabile moneta coniata in pochi esemplari in quella città durante l’assedio cartaginese ) pare essere dotata di una volontà propria che le consente di influenzare gli eventi della vita di coloro che ne entrano in possesso, in relazione alla loro indole generosa o malvagia. Al fortuito ritrovamento del piccolo oggetto che ha attraversato secoli sotto la dura terra seguono così omicidi, incidenti, furti, ma anche gesti di grande generosità e nobiltà d’animo…
Da una sola premessa, che è in buona parte fatto storico, si dipanano due storie diverse, eppure simili e parallele, due tragedie, l’una che appartiene alla macro Storia di una città, il terribile terremoto di Messina, e l’altra che è una dolorosa storia privata, come può esserlo un omicidio. Entrambe bisognose di un gesto generoso capace di lenire la sofferenza. Un gesto generoso che, in ambo i casi, prende la forma di un piccolo oggetto prezioso che viene dal passato. Parte da un racconto che appartiene alla sua famiglia questa storia dai risvolti tragici ed esilaranti, in perfetto stile Camilleri. Un aneddoto familiare che parla appunto di un dono prezioso da cui si originano incidenti e onorificenze reali. La preziosità del talento del nostro è proprio saper partire da un piccolissimo fatto per imbastire un racconto di ampio respiro accattivante e intrigante, avvincente e coinvolgente in cui si mescolano fantasia e fatti reali. Nonostante la fama raggiunta grazie al commissario Montalbano, infatti, lo scrittore siciliano dà il meglio di sé nei romanzi storici, veri capolavori capaci di regalare squarci della sua terra attraverso ricostruzioni storiche intrecciate abilmente a ciò che è verosimile (Camilleri confessa, altrove, una sorta di debito nei confronti del Manzoni ) e a ciò che  è leggenda o pura invenzione. In questo racconto ben strutturato, dal tono fresco e leggero che permette di leggerlo d’un fiato ( complice anche la brevità che , per altro, mal si coniuga al prezzo eccessivo ) l’alternarsi dei piani temporali e dei registri linguistici in maniera funzionale alla storia, cosa in cui Camilleri è davvero maestro, sono strumenti a servizio di un racconto dai temi classici: bene e male, premio e castigo e, su tutto, l’imponderabile che modifica il corso degli eventi. Quello che, infine, rende pregevole il volumetto è l’esser impreziosito da riproduzioni di quadri e immagini di reperti archeologici utili a sottolineare la bellezza dei vari elementi protagonisti del romanzo. Insomma, una piccola gemma imperdibile per gli innamorati di Camilleri e della sua Sicilia.

 

 

 
 
 
 
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