La morte di Amleto

La morte di Amleto
Le trame ordite dallo zio Claudio per usurpargli il potere, dopo avergli ucciso il padre e preso in sposa la madre con l’inganno, non sono valse a nulla. Amleto non è affatto un personaggio privo di volontà e incapace di uscire dall’impasse del proprio conflitto interiore, così come lo abbiamo conosciuto nella tragedia omonima. Qui l’autore ha immaginato per lui un finale diverso, in cui compie la vendetta e conquista il trono di Danimarca che gli spettava di diritto. Eppure egli non è un eroe fiero del proprio successo, ma uno spirito inquieto e tormentato. Dotato di una sensibilità e di un’intelligenza non comuni, egli avverte tutto il peso di una condizione di vita che sente di non meritare. E che, travalicando i secoli, gli ha consentito di osservare gli uomini farsi sempre più cinici e meschini, feroci e crudeli, ricavandone una pena infinita. E così un bel giorno del 1602 - compiendo un balzo indietro nel tempo - si presenta nella ricca tenuta di Stratford, dove il grande poeta e drammaturgo inglese William Shakespeare è intento a godere dei frutti del proprio meritato successo. Dopo avergli rivelato gli orrori e le nefandezze che nel tempo hanno costellato il percorso regressivo dell’umanità, lo supplica di cambiare versione all’opera e di concedergli finalmente la morte… 
Quante volte la conclusione di un’opera ci ha deluso? Quante volte l’avremmo cambiata concedendo un’opportunità più generosa al protagonista? Ebbene lo ha fatto per noi Oddo Mantovani, qui al suo esordio narrativo, immaginando che William Shakespeare abbia risparmiato la vita al protagonista della sua più famosa tragedia. Ma chi leggerà questo libro non si attenda gli effetti di un’evoluzione positiva, quanto piuttosto l’amaro resoconto di una   testimonianza, tutt’altro che rassicurante, che trova respiro soltanto nel rimorso e nel dolore. Le evocazioni descritte non concedono spazio allo sviluppo di una trama, ma a suggestioni che riconducono invariabilmente al bivio tra essere e apparire, tra bene e male. Tutto si muove lento come in un limbo rarefatto, che ha ora l’aspetto sontuoso della tenuta di Shakespeare, ora l’interno mite e spoglio dello studio romano di Carlo Emilio Gadda, ora l’atmosfera rassegnata del ponte dell’Amazone di Arthur Rimbaud, dove il fantasma di Amleto vaga di volta in volta nell’attesa di un’improbabile quanto necessaria redenzione dal male di vivere. La morte di Amleto costituisce una piacevole immersione nella cultura classica, con cui l’autore ci consegna un’analisi impietosa e disincantata della vita, dell’assurda dispersione del suo patrimonio di valori e di bellezza. E la sua prosa elegante e infarcita di raffinate citazioni ha il merito di conquistare il consenso anche del lettore più esigente.

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