La morte di Penelope

La morte di Penelope

Itaca. Il Re manca da vent’anni. Ci aveva provato a non partire per quella guerra lontana quando erano venuti a prenderlo, a usare la sua astuzia per venire meno al patto; non era servito. Poi Troia è caduta, dopo dieci anni di assedio e aspri combattimenti, e altri dieci ne sono passati da allora ma Lui non è tornato. Dov’è Ulisse? Perché non è ancora tornato? È ancora vivo? La sua sposa lo aspetta, cibando la sua solitudine con le briciole delle notizie raccolte da coloro che sbarcano nell’isola e portano racconti che parlano di Lui, senza poter distinguere con certezza cosa sia verità e cosa fantasia. Spesso lascia le sue stanze, seguita dalle ancelle, neanche loro fidate, e siede altera sul suo trono, perché la sua autorità sia ancora ben chiara agli occhi di quegli uomini “maleducati, scriteriati, fannulloni e ubriachi” che si sono stabiliti nella reggia, in attesa che lei scelga chi sposare tra loro. Ma il desiderio rapace di quei giovani di nobili casate non è tanto rivolto a lei, Penelope, ancorché “attraente e desiderabile tanto più quanto si mostra dolente, piegata dai ricordi, costante nell’attesa”, ma al potere, al regno, ad Itaca. Tra di loro, più bello di tutti, un giovane si distingue per l’autorità che traspare dai suoi occhi e da ogni suo gesto; gli altri gli obbediscono come fosse naturale e anche la Regina lo ha notato tra tutti, da dietro il velo che cela il suo volto e la rende ancora più inaccessibile, “Misteriosa e sfuggente”. Lui è Antinoo, figlio di Eupite, e nasconde un segreto. “Non sanno, non devono sapere che nel mio animo è penetrato un tarlo che mi rode di continuo […]. Io questa donna velata l’amo davvero, questa donna che ci tiene in pugno. La misteriosa, l’inafferrabile. È lei il mio regno”. Lui non è come tutti gli altri pretendenti, per lui nel tempo qualcosa è cambiato profondamente, “È l’amore che mi separa dagli altri, e il desiderio che l’attesa si prolunghi per timore di una condanna” se lei dovesse decidere e scegliere. Ma anche la Regina ha un segreto. Lo serba nel profondo del suo cuore perché non traspaia dai suoi occhi per rivelarsi allo sguardo attento di suo figlio Telemaco e a quello acuto di Euriclea, la vecchia nutrice del suo Re. “Nessuno sa che un pensiero, debole in principio e poi sempre più forte fino a diventare un’ossessione, mi tormenta giorno e notte: che questa malinconia, questa inquietudine, non sono per Lui. Non sono più per Lui”. Lo amava il suo Re, “bello solo quando parlava”, che sapeva “raccontare, raccontare, raccontare, come un antico rapsodo. E inventare”. Era uguale a lei, astuto, un po’ “diverso” e un po’ “straniero”. Il loro legame è stato amore sì, ma soprattutto complicità, e ancora, quando si sente “al limite della sopportazione, allora rammento la misura, la fermezza, la sottile ironia del mio Re”. Eppure adesso non passa più tutto il tempo a scrutare l’orizzonte, soltanto un pensiero occupa la sua mente, quello che vorrebbe parlare con il giovane Antinoo almeno una volta “da sola a solo”. Un pensiero che “È come un’onda che avanza su quel mare sconfinato dove da vent’anni aspetto che compaia la nave del ritorno”…

Cosa succede se, anche soltanto una parola, insinua il dubbio sui sentimenti di Penelope, simbolo per antonomasia di fedeltà coniugale? Non succede nulla di grave, in effetti, nessuna lesa maestà, soprattutto perché già gli antichi avevano le loro versioni su questa come su altre storie, espresse da quei “si dice” che, come spiega nella bella Postfazione Maria Grazia Ciani – rinomata grecista di origine istriana, nota per la sua traduzione dell’Iliade (che le è valsa il Premio Mondello nel 1991) e dell’Odissea e per quelle delle tragedie di Sofocle, Eschilo e Euripide –, “scoliasti, commentatori antichi e tardi, mitografi, raccolgono devotamente”. Questo piccolo e prezioso libriccino prende le mosse da uno di questi “si dice” citato dallo storico, grammatico, lessicografo e studioso dei testi omerici Apollodoro di Atene del II secolo a.C. nell’epitome alla sua Biblioteca, riportato in esergo: “Dicono alcuni che Penelope fu sedotta da Antinoo […]. Altri dicono che fu uccisa da Odisseo a causa di Anfinomo, perché era stata sedotta da lui”. Ciani rimescola un po’ questo “pettegolezzo” (quanto li amavano, i pettegolezzi, gli antichi!) perché, spiega, le è parso più suggestivo pensare come protagonista di questa storia come lei l’ha immaginata il nobile di bell’aspetto che, in aggiunta, ha il nome del giovane greco tanto amato dall’imperatore Adriano. Penelope, principessa spartana cugina di Elena, figlia di Icario e Policaste, secondo il mito deve il suo nome ad un episodio della sua infanzia, quando, gettata in mare da suo padre appena nata, fu salvata da alcune anatre (il suo nome in greco significa appunto anatra), secondo altri invece il nome deriverebbe dalla famosa tela, il sudario di Laerte padre di Odisseo, che lei tesseva di giorno e disfaceva di notte per ingannare i Proci e ritardare la scelta, fino a che il tradimento di un’ancella rivelò il suo segreto. Sempre secondo alcune versioni del mito, Penelope si lascò sedurre da Anfinomo e per questo fu uccisa da Odisseo al suo ritorno; secondo altre a sedurla fu Antinoo – che Omero descrive come il più bello ma anche il più arrogante dei Proci -, e così Ulisse la rimandò da suo padre dopo il suo arrivo a Itaca. Un altro mito racconta poi che ebbe un figlio dal dio Pan, ma secondo alcuni mitografi questo racconto alluderebbe ad una infedeltà plurima della Regina che avrebbe avuto relazioni con molti o addirittura tutti (Πάν – Pan - in greco significa, appunto, tutto) i Proci. Sia quel che sia, Ciani sceglie un taglio preciso e inedito per il suo romanzo breve ed elegantissimo, nella scrittura soprattutto. La figura che ci raccontano i testi omerici, da sempre enigmatica paziente e fedele, forte e scaltra come il suo sposo, qui è una donna in carne e ossa, non la Regina moglie virtuosa dell’Eroe. A pesare sulle sue spalle, dritte e altere a reggere il suo destino, è la stanchezza infinita della solitudine. Per vent’anni da sola è stata Regina di un regno senza Re, madre di un figlio cresciuto senza padre, moglie di un marito assente, custode silenziosa della sua fama che le è giunta attraverso chi approdava ad Itaca in cerca di asilo. Il logorio dell’attesa – vana? Ulisse è davvero ancora vivo? Perché non torna? – adesso ha reso più fragile il suo cuore, la sua algida determinazione, rendendola consapevole del tempo che è passato, della sua bellezza che sfiorisce. Tutto percepisce diversamente adesso, “Non ombre ma corpi. Corpi che esitano. Penelope è rimasta, Antinoo è arrivato, Ulisse è tornato”. In questa crepa nelle sua corazza, in questa sgranatura del velo che sempre le copre il volto, si è insinuato lo sguardo di un giovane vigoroso, uno sguardo caldo e profondo a ricordarle che lei è ancora lì, viva e non sfiorita, da vent’anni da sola a custodire un’attesa. E allora sceglie. O avrebbe potuto scegliere – dice Maria Grazia Ciani. Non è la parola che domina in questo racconto. Forse anche in contrasto all’essenza del Re, la cui bellezza è tutta nella parola, nella abilità di raccontare. Qui ci sono quasi soltanto monologhi, brevi discorsi interiori di Penelope e Antinoo soprattutto, che non parlano mai tra loro perché per loro parlano gli occhi, gli sguardi pudichi, furtivi, brucianti. Le parole sono poche, non soltanto perché è un romanzo breve questo, ma perché l’autrice sceglie una parsimonia che sembra soltanto suggerire e invece dice, svela e scolpisce nel cuore. Una prosa essenziale, asciutta ed elegantissima per una storia d’amore che non esiste, impossibile, che pure ha la dimensione dell’inevitabile. E ogni storia, come è stato detto, non è sempre una storia d’amore? L’autrice, profonda conoscitrice del mondo classico, pare porci una domanda che non riguarda il mito, non attiene ai classici ma riguarda l’Uomo. Una donna che attende vent’anni il suo uomo è verosimile? Esiste nella realtà al di là della sua agiografia? E il lieto fine potrebbe essere contemplato? Ancora una volta è impossibile non sottolineare che vi sono storie che sono, ognuna, tante storie, e che certamente l’Odissea è una di queste. Sono quasi infiniti i racconti che contiene quest’opera scritta probabilmente nel IX secolo a.C. e tutti capaci ancora di incantare, commuovere e stupire. Come – nonostante il titolo esplicito – capita nell’ultima di questa poche pagine che arrivano dritte al cuore, per restarvi a lungo dopo.



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