La morte a Venezia

La morte a Venezia
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A Monaco, agli inizi del ‘900, in una calda giornata di maggio, lo scrittore Gustav von Aschenbach sta aspettando un tram nei pressi del cimitero quando sotto il portico, fra i due mostri posti ai lati della scala, vede un uomo dall’aria singolare. I tratti e l’abito denunciano che non è del posto. Quella visione inconsueta gli provoca una frenesia di cui non tarda a riconoscere la natura: è desiderio di viaggiare. Fatti i bagagli, dopo un’insoddisfacente sosta in un’isola adriatica, Aschenbach s’imbarca per Venezia, ma il soggiorno inizia sotto pessimi auspici. Il piroscafo su cui sale è una bagnarola fuligginosa, il bigliettaio ha un’untuosa e frastornante parlantina da imbonitore e, fra i passeggeri, un vecchio imparruccato e azzimato come un giovanotto gli rivolge laide parole lusinghiere da ubriaco. Non gli va meglio con lo scostante gondoliere che, sordo alle sue proteste, lo trasporta al Lido facendogli compiere un incomprensibile giro al largo. Sistematosi finalmente all’Hotel des Bains, nella sala da pranzo i suoi occhi incrociano il volto pallido e soave di un adolescente. Ancora non intuisce a quali derive lo porteranno quell’incontro fortuito, quel fascino etereo e sovrumano da divinità greca. Ma gli basta rivedere il ragazzino la mattina dopo per accantonare il proposito di lasciare Venezia, che in quei giorni è oppressa da un malsano scirocco. Stregato, stranito, Aschenbach rimane a inseguire per le calli il suo fantasma d’amore dal nome polacco: Tadzio...
Un impulso ad andarsene lontano nato in un’ambientazione funeraria, un’immagine di bellezza balenata all’improvviso: così un famoso e maturo intellettuale inizia la sua discesa agli inferi in una Venezia splendida e letale, che sotto la maschera di nobildonna lascia apparire la cortigiana, la “sordidezza truffaldina di città regale e pitocca”. In questo breve romanzo (alla cui fama ha contribuito il film che ne ha tratto Luchino Visconti) il connubio di Eros e Thanatos si declina nell’attrazione omosessuale di un anziano per un adolescente. Mann non ne fa mistero, ne parla anche in una lettera a Philipp Witkop, informandolo di essere al lavoro su “una novella di tono puro e severo, che tratta di un caso di pederastia in un artista senescente”. È proprio la senescenza (non l’omosessualità!) di Aschenbach a rendere sgradevole la sua passione e non bastano gli echi della cultura e dei miti classici a trasfigurarla in slancio verso una perfetta incarnazione del bello. Aschenbach paragona Tadzio a un piccolo Feace, poi a Eros, Giacinto, Narciso. Arriva a rappresentarsi come Socrate intento a dialogare con Fedro, ma il suo comportamento suggerisce l’intenzione di scambi meno nobili, anche se dissimulati e repressi. Nel sogno in cui, dopo esserne stato spettatore, partecipa a un’orgia scatenata l’illustre scrittore rivela il lato carnale del suo trasporto. Tant’è che subito dopo, per piacere al suo amato, si abbandona alle mani da mezzana di un parrucchiere, che lo trucca e gli tinge i capelli per cancellare le ingiurie del tempo. Certo, non sfiora Tadzio neanche con un dito, né mai gli rivolge la parola, frenato da un’incomunicabilità che Benjamin Britten, nell’opera lirica basata sul testo di Mann, sottolinea bene riservando la parte del fanciullo a un ballerino anziché a un cantante. Rimane comunque il senso di fastidio per la sua brama crescente, e a smorzarlo non vale la prosa elegante e casta, che scorre in un lucido e ininterrotto flusso di pensieri. Intessuto di simboli mortiferi – i denti mostrati dai personaggi che fungono da messaggeri dell’Ade e che richiamano un teschio; la gondola che ricorda un feretro; Venezia nel suo aspetto più decadente, fetida e ammorbata dal colera – La morte a Venezia, pubblicato nel 1912, è presagio e metafora della morte di un mondo (non molto dopo la Grande Guerra segnerà la fine della Belle Époque e di un’intera era). Ma è soprattutto il triste spettacolo della morte di uno spirito. Nell’approssimarsi della vecchiaia l’erudito Aschenbach non trova la forza per affrontare con dignità l’ultimo capitolo e si aggrappa scompostamente alla giovinezza perduta arrivando a rendersi pateticamente ridicolo. E tocca il fondo non tanto sul piano morale quanto su quello estetico, che a volte può essere anche peggio.
 

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