La mostra delle atrocità

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Una mostra di quadri, tutti sul tema della catastrofe e dell’apocalisse, tutti estremamente bizzarri. Un ospedale fatto di cemento, neon e acciaio: ricco di ombre e di segreti, popolato da uomini e donne che sembrano tutti nascondere qualcosa. Il dottor Travis lavora incessantemente a un enigmatico progetto estetico che mette insieme il Sole, l’hotel Hilton di Londra, un trilobite precambriano, “Fat Boy” e “Little Boy” – ovvero le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, Max Ernst e la depressione di Qattara, in Egitto. Un progetto che in qualche modo deve aver attratto l’attenzione di qualcuno in alto, perché Travis viene visitato da un misterioso militare, che il medico riconosce essere un veterano aviatore apparso in alcune fotografie pubblicate da “Newsweek” e “Paris Match” che ha intravisto in un alberghetto squallido tempo prima. Indagando a suo modo sull’attenzione che ha suscitato nelle autorità, Travis si imbatte in un bunker abbandonato, un luogo minaccioso che gli fa venire in mente subito Elizabeth Taylor. Si tratta di una cospirazione reale o solamente di una sua psicosi? Travis è roso dai dubbi e dall’angoscia, è consapevole del “suo progressivo distacco dai modelli di vita nei quali ha creduto fino a quel momento, e questo lo preoccupa”. La moglie, l’amante, i colleghi, i pazienti: la pressione si fa insostenibile. Travis accoglie con sollievo il nuovo viaggio che lo attende: al fianco dell’aviatore silenzioso e di una bellissima ragazza con la pelle ustionata dalle radiazioni, attraversa in auto interminabili periferie costeggiando un enorme muro di tabelloni pubblicitari “con repliche giganti dei bombardamenti sul Vietnam, con le morti in serie di Elizabeth Taylor e Marilyn Monroe che si ergono sulle distese di Diem Bien Phu e del delta del Mekong”…

È il 1966 quando l’iconoclasta rivista britannica di Science -Fiction “New Worlds” diretta da Michael Moorcock pubblica un “romanzo condensato” firmato da James G. Ballard e intitolato L’arma omicida (in originale The assassination weapon), un frammento che rilegge in chiave sperimentalistica e visionaria l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Moorcock ne è entusiasta e commissiona a Ballard altri lavori simili: dopo pochi mesi ne arriva uno intitolato La mostra delle atrocità ( The Atrocity Exhibition) e poi altri ancora fino al 1970, quando l’editore Nelson Doubleday Jr. decide di raccogliere questi “romanzi condensati” in volume ma prima di pubblicare il libro si pente e – temendo azioni legali da parte delle celebrità menzionate da Ballard – manda tutte le copie stampate al macero. Bisognerà attendere il 1972 (in Italia addirittura il 1990 per la prima edizione Rizzoli, modellata sull’edizione americana del 1988, arricchita dalle note dell’autore) per la pubblicazione dell’antologia, che prende il titolo da La mostra delle atrocità e viene venduta come romanzo diviso in 15 capitoli, cosa che assolutamente non è. I “romanzi condensati” sono una sorta di canovacci senza linearità temporale e narrativa né interna né esterna; non c’è una trama, non c’è un inizio o una fine, non c’è continuità tra un “romanzo condensato” e l’altro; il protagonista – ammesso che sia lui – cambia nome da Talbert a Traven, da Travis a Talbot e ancora; i più elementari standard letterari sono calpestati e irrisi. William S. Burroughs, autore della prefazione, definisce questi frammenti “racconti (…) fondanti di nuove coordinate prospettiche nell’interpretazione dei fatti del mondo”, nei quali “le radici non sessuali della sessualità sono esplorate con precisione chirurgica” e “la linea di demarcazione tra paesaggio interno e paesaggio esterno è crollata”. Vivisezione, politica, pornografia, violenza, arte contemporanea, guerra e complottismo sono gli ingredienti essenziali del lucido delirio di Ballard, che è consapevole che nel concetto di decenza, a tutti i livelli e in tutti i sensi, si nasconde il segreto dell’ordine costituito, ordine che cerca di scardinare e sovvertire. In una intervista del 2007, lo scrittore raccontò: “Nel 1964 mia moglie Mary era morta di polmonite, lasciandomi con tre bambini piccoli da crescere. Mi pareva che fosse stato commesso un crimine ai danni di quella giovane donna, ero alla ricerca disperata di una spiegazione e di giustizia. In un certo senso La mostra delle atrocità è un tentativo di spiegare tutta la violenza che percepivo attorno a me, la violenza su cui gli anni 60 erano fondati: non si trattava solo dell’assassinio di JFK, avvertivo una logica segreta che volevo assolutamente decifrare”. In questo libro scomodo, indigesto, geniale, fastidioso, sexy, disturbante, incomprensibile, frattale, ultrapop, Ballard indaga sulle intersezioni tra sistema dei media e sistema nervoso: che impatto biochimico e psichiatrico hanno le immagini dalle quali siamo bombardati (e il problema viene posto negli anni 60, figuriamoci oggi con l’information overload che ci travolge quotidianamente), spesso crude e violente? Come fa notare nella postfazione il curatore Antonio Caronia, l’intento di Ballard non è provocatorio, ma etico: egli vorrebbe capire la complessità del mondo che ci circonda, contrastare “il matrimonio tra ragione e incubo che ha dominato il XX secolo”. Nel 2000 il regista Jonathan Weiss ha tratto dal libro un film visionario e inquietante interpretato da Victor Slezak, Anna Juvander e Michael Kirby.



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