La muta del serpente

La muta del serpente

Fine anni Settanta. All’arrivo della terza preoccupata lettera del suo lontano amico argentino, Domenico ‒ che oramai chiamano tutti Domingo per le sue origini sudamericane ‒ comincia ad essere preoccupato. La compagna Radka, di origini ceche, si chiede cosa succeda al suo compagno, lavoratore ma anche perditempo, calciofilo ma anche comprensivo e fedele. Quegli sguardi tristi e quell’aria mesta non la convincono. Certo, seguirlo alla scoperta delle sue antiche radici italiane in uno sperduto ed appenninico insediamento della Lucania non sarà facile, lo sa bene, ma c’è l’amore e la radio che sintonizza su frequenze che portano ‒ tra qualche gracidio e qualche tetra notizia ‒ sapori ed odori del suo lontano e chiuso Paese, dominato dalla intransigenza sovietica. Domingo però non pensa solo alla sua Argentina, dove Juan Domingo Perón è stato schiacciato e distrutto dalla dittatura militare, ma anche al calcio, ai suoi sogni giovanili di gloria sportiva e al mondiale appena vinto con qualche evidente favore arbitrale. Oppure fa per andarsene al mare nella bella stagione, sulla cinquecento di cui va fiero, che è costata molto ed è stata oggetto di qualche invidia. La vita del paese dei suoi avi intanto continua, fra piccole beghe tipiche di comunità così piccole, le novità che ogni tanto filtrano dalle strade di montagna, il chiodo fisso del football e quel senso di disagio a sapere che da dove è venuto si ammazza la gente dalla sera alla mattina, anzi, peggio, i dissidenti vengono prelevati con la forza dalle loro case e scompaiono per sempre…

Amaro, ma brioso. Rassegnato, ma a suo modo intenso e passionale. Circoscritto e confinato, ma arioso, universale, fuori dagli schemi delle grandi città. Senza alcun appesantimento di marca antropologica o di analisi socio-politica, un breve romanzo che fotografa alcuni istanti di una vita normale, ma scossa dai grandi e tragici avvenimenti dei propri Paesi natii, l’Argentina truce e violenta dei generali e la Cecoslovacchia comunista. Un umorismo amaro, quello di Giuseppe Colangelo, volto più che altro ad esorcizzare mali oramai conclamati e purtroppo passati alla storia. Non esteticamente felici alcune scelte, come quella di lasciare in dialetto indigeno i nomignoli degli abitanti del borgo lucano, un espediente mimetico che appare assolutamente inutile alla caratterizzazione e localizzazione della vicenda narrata. Ma tra scampagnate, piccoli e grandi drammi quotidiani, espedienti e fatiche, c’è qui una storia che si dipana con leggerezza ma non per questo risulta superficiale o peggio banale e ripetitiva. Nonostante i salti temporali che si presentano nel corso della narrazione, la brevità dei capitoli e la limpida semplicità delle vicende raccontante rendono questo romanzo quasi un album fotografico su tempi andati, non senza lasciare un messaggio sulla crudeltà e la miseria di alcuni uomini.



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