La nobile arte di misurarsi la palla

Enea Pellegrini sogna di fare lo scrittore. Ha scritto un romanzo, certo, ma sa perfettamente che questo non basta per potersi definire tale. Per carità. Trasferitosi dal suo paesello nel Cilento a Roma, decide di iscriversi a una scuola di scrittura: anzi, a La Scuola di Scrittura, con le iniziali rigorosamente maiuscole, convinto che questo sia utile per acquisire gli skill necessari e soprattutto – viva la sincerità - fare le conoscenze giuste. Accede pagando bei soldini (e dopo aver passato una sorta di esame, un’interview, come la chiamano alla Scuola) a un corso di sei mesi con lezioni quattro volte la settimana durante le quali spocchiosi insegnanti (che in realtà non hanno nessun interesse a lanciare sul mercato editoriale dei competitor) non fanno altro che cercare di convincere gli allievi ad abbandonare “l’insano proposito di scrivere” perché “in Italia si pubblicano troppi libri”, “tutti hanno un romanzo nel cassetto”, nessuno legge, pochi sanno scrivere ma in compenso tutti credono di saper scrivere perché magari amici e parenti li subissano di complimenti o perché al liceo andavano bene in Italiano. E soprattutto li scongiurano, diffidano, minacciano: “mai, mai mai e poi mai scrivere su un blog”, perché internet è il male, internet è quel posto (orrore!) “dove puoi trovare le recensioni ai loro libri che non sono state scritte dai loro amici, dalle loro fidanzate, da quelli che si chiavano le loro fidanzate e dai loro editors”. Alla Scuola Enea lega soprattutto con la svampita e pettegola Nadia, la bellissima (o così pare a lui) Elena Castelli - anche lei ovviamente scrittrice – e con uno dei suoi insegnanti, lo spregiudicato e paraculissimo Enzo Di Donna…
Cosa rende il protagonista di questo spassoso romanzo una vera mosca bianca nell’ambiente letterario nel quale brama così tanto di entrare? La “nobile arte di misurarsi la palla”, cioè la sana abitudine di valutare con buonsenso contadino le sue e le altrui idee, il suo e l’altrui lavoro. Una pratica del tutto sconosciuta nell’accolita di presuntuosi cialtroni autoreferenziali che incontra sula sua strada, rigorosamente – e malgrado le apparenze - non come compagni di viaggio ma come ostacoli determinati a difendere con i denti lo status quo e i (modesti, in fondo) privilegi che garantisce loro. Per Amleto De Silva la storia di Enea – ricca di colpi di scena e persino di romanticismo, malgrado l’ambientazione in teoria asfittica e statica – è il pretesto per una satira al vetriolo dell’ambiente letterario italiano con le sue ipocrisie, le sue disonestà, le sue ottusità, le sue miserie: un libro (dal formato delizioso, ndr) che qualsiasi aspirante scrittore dovrebbe leggere, come un salutare esorcismo, come un diger selz alla salute di quell'Arthur Cravan che negli anni Venti scrisse “Mi stupisco che qualche imbroglione non abbia ancora inventato le scuole di scrittura”. A tratti si ride a voce alta: e capita di rado leggendo, almeno a me. Tutto perfetto? No. Forse l’happy ending finale è un po’ troppo happy, forse c’è qualche digressione di troppo a frenare il flusso della storia, che quando è lasciata libera di correre invece va che è una bellezza, come un vespino truccato in discesa. Ma sono piccolezze, errori veniali. Giusto per misurare la palla.

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