La noia

La noia

Dino, venticinquenne pittore romano in preda a un profondo disagio psicologico, abbandona l’ambiente familiare dove è cresciuto in un’atmosfera di ricche apparenze e di vuote sostanze. Si trasferisce in uno studio di via Margutta, sperando di trovare - al riparo dell’ossessiva figura materna e dell’ombra evanescente di quella paterna – una nuova dimensione che possa conferire certezza all’uomo e all’artista. Ma il retaggio dell’educazione ricevuta sopravvive in lui sotto la forma di un pesante condizionamento, che gli impedisce di stabilire con la realtà un rapporto armonico e non ricavato solo attraverso il possesso. Quantunque i propri quadri incontrino un favorevole riscontro, egli sente tuttavia che l’arte non riesce a sottrarlo alla gelida morsa della noia. Dino non desidera né ricchezza, né successo, ma vuole solo un rapporto vero con il mondo e decide pertanto di abbandonare la professione. La morte del pittore Balestrieri, che risiedeva nell’alloggio adiacente al suo, indirizzano la sua curiosità sulla vita dell’anziano collega. Questi, pur essendo un noto pittore di nudi femminili, non viveva del proprio lavoro, non esponeva e dipingeva unicamente per il proprio diletto. Ma soprattutto era un compulsivo collezionista di belle donne, che attraeva nel suo studio con il pretesto di ritrarne le nude fattezze. L’attenzione di Dino viene catturata da Cecilia, una giovane modella diciassettenne, assidua frequentatrice dello studio del Balestrieri, fino a quando questi non le è morto tra le braccia. La sua aria da bambina cresciuta troppo in fretta esercita sul protagonista una forte malia seduttiva. Dalle sue confidenze apprenderà poco alla volta che Balestrieri ricercava nell’amore per la ragazza lo stesso varco d’uscita da lui tanto agognato. La comparsa sulla scena di Cecilia sembrerebbe dunque regalare a Dino la possibilità di coronare finalmente le proprie aspettative...

La vita è nel pieno senso della parola una tragedia, in cui Dino scopre progressivamente di non avere alcuna speranza di superare l’incomprensione, la condanna più atroce per l’essere umano, e per diretta filiazione la noia. La narrazione mette a nudo l’anima del protagonista, ne seziona i tormenti angosciosi che brulicano nella sua mente, ne descrive il senso continuo di inadeguatezza tra i suoi simili ed i vani tentativi di uscire dallo stato di alienazione tipico dell’intellettuale fallito. In particolare si sofferma sull’incapacità di provare nei confronti di Cecilia un autentico sentimento d’amore, che sfocia ben al contrario nella vampa di una passione morbosa e priva di un minimo refolo di tenerezza. L’ostinato desiderio di possessione e la conseguente feroce gelosia non sono che la manifestazione evidente dell’esasperazione di quel senso di proprietà che impediscono a Dino di aderire alla realtà nella maniera più naturale. Attraverso questa vicenda, scritta nell’ormai lontano 1960, Alberto Moravia ci consegna una spietata analisi di un campionario umano che, chiuso nella cupa cornice di un universo borghese irrimediabilmente in crisi, è divenuto ormai apparenza vuota di realtà. E lo fa con una qualità d’intelligenza seria ed esperta dei vizi umani, nutrita di osservazioni psicologiche capaci di proiettare il lettore nello stato d’animo del protagonista, e con una scrittura priva di bellurie che ha il respiro racchiuso in un fiato di parole concrete.



 

 

 

 
 
 
 

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