La notte in cui ci siamo ascoltati

La notte in cui ci siamo ascoltati
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Dani. Dani che segue le regole, Dani che fa le liste. Il solito Dani. Sempre in mezzo a quei due, il ciccione e il secchione, Albert e Jandro. Al centro come un faro, anche nella gita che il Saint James organizza in Repubblica Dominicana per l’ultimo anno di scuola. L’ultimo anno, l’ultima occasione per decidere del Futuro con la F maiuscola, per uscire dal gruppo dei perdenti, per smetterla di aspettare come un cagnolino fedele di fronte al numero uno della classe o, peggio ancora, a farsi prendere in giro ‒ o peggio ‒ dai più idioti della classe. E non c’è niente come un imprevisto per rompere la monotonia, anche se la monotonia è fatta di piscina e mare, abbuffate e sonno. Una valigia scambiata, l’occasione di chiacchierare e ridere insieme a David, il più irraggiungibile dei compagni di classe. Quanto basta per aver voglia di andare a comprare una camicia assieme, andare in discoteca, uscire con due ragazze una sera. Come regalo di compleanno, la promessa di una notte speciale…

“Cosa vuoi fare dopo?”. Se all’inizio sembra tanto difficile anche solo far capire la domanda, alla fine niente sembra più naturale e semplice della più incredibile delle risposte. Albert Espinosa non è nuovo a narrazioni che si basano sull’attribuire un carattere fisso ai personaggi, come in un gioco delle parti, o nella Commedia dell’arte: lo stesso motivo si trovava in Braccialetti Rossi, in Italia soggetto di una serie RAI. Ne La notte in cui ci siamo incontrati, il gioco sembra essere destinato al lettore, che solo a poco a poco capisce chi e come arriverà ai ruoli preannunciati. Un piccolissimo romanzo o un lungo racconto, intervallato da corsivi a metà tra la citazione e il flusso di pensieri di cui risulta difficile stabilire l’origine: sono i pensieri del protagonista, il personaggio un po’ più sfigato che vuole venire fuori? O sono i pensieri di quello che sembra il più figo, e che – magari – condivide con Dani più di quanto si osi sperare? La forma breve e frammentata favorisce la lettura da parte di coetanei del protagonista, che si troveranno adeguatamente rappresentati soprattutto nell’incertezza, nella differenza di maturità e prospettive all’interno del gruppo (alcuni sono più avanti, alcuni decisamente più indietro), nel rapporto – conflittuale ma anche semplicemente impermeabile – con gli adulti che ormai si fa solo finta di ascoltare. La narrazione di Espinosa è lucida, talvolta un po’ artefatta, come quella di un regista, al di là dei fatti. Ma questo in un certo senso sottolinea il carattere del protagonista, che proprio un regista vorrebbe diventare e che questo sguardo distaccato lo utilizza consapevolmente. Mettendosi completamente dalla parte del protagonista nel credere che a diciotto anni tutto sia possibile, Espinosa sembra augurare ai suoi lettori che scelte forti, dirompenti, sorprendenti e per alcuni del tutto irrealistiche siano davvero possibili, facili e completamente naturali.

 

 

 
 
 
 

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