La notte dei petali bianchi

La notte dei petali bianchi
Le spalle di Dante si curvano sotto il peso di quarantasei anni trascorsi male, le gambe faticano a sostenere una stazza di cento chili messi su a forza d’alcol. E il cuore, il suo cuore grande e triste, presto potrebbe spezzarsi perché una barbarie mascherata da fede vuole portargli via Samira. Dante, che fa la guardia giurata e ogni notte percorre le strade della Padania produttiva e operosa fra Brescia, Chiari e Rovato, l’ha conosciuta che vendeva fiori davanti al cimitero, in un vecchio camper adibito a bottega. Samira è marocchina e ha quindici anni. Ne aveva soltanto sei quando al suo paese ha subito la mutilazione genitale rituale. Adesso suo padre Amir ha promesso di tagliarle la testa: una musulmana non può sposare un cattolico. Dei padri-mostri Dante ha imparato sulla propria pelle ad avere paura, dopo che il suo lo ha violentato quand’era poco più che un bambino. Lo ha fatto con furia rabbiosa e padronale, e lo ha rifatto innumerevoli volte, mentre la madre fingeva di non sapere, di non capire, tutta presa dal suo lavoro di infermiera e dal suo presunto secondo lavoro di venditrice di prodotti di bellezza, in fuga colpevole da quell’incubo domestico occultato fra le mura anonime di una casa come tante. Ad ogni stupro Dante ha sentito la giovinezza ritrarsi fino a scomparire, ma dentro al corpo debordante è rimasto un ragazzino spaventato, che riesce a provare attrazione solo per le ragazzine. E l’essenza di tutte le ragazzine che desidera è racchiusa in Samira. Una sera, mentre è con lei nel camper dove si sono dati appuntamento, irrompe Amir stringendo un macete in mano. Reclama sua figlia perché questo è il volere di Allah, e Dante vede il suo futuro tagliato di netto da quella lama che luccica nel buio... 
Nel suo notevole esordio letterario Gianfranco Di Fiore mette il dito in più di una piaga dolente: la violenza e la pedofilia consumate nel chiuso di famiglie normali, formalmente perbene; le devastazioni provocate da un’adolescenza rubata che non ce la fa a sbocciare in età adulta; il rapporto con una mentalità islamica arcaica e crudele, che ancora oggi fa infibulare le bambine e sgozzare le figlie disobbedienti, quella mentalità che fabbrica i martiri per il proprio dio convincendoli a piazzare bombe nei centri affollati. Sullo sfondo la crisi economica che comincia a svuotare negozi e bar nel non più tanto prospero Nord lombardo, invaso di immigrati mal tollerati che non fanno niente per farsi accettare. Di Fiore maneggia questo materiale esplosivo con una scrittura spietata, che non risparmia dettagli pesanti come macigni. Man mano che la lettura procede ci sembra di non poter sopportare altre morbosità, altre brutture. Il disagio che ci investe ha l’odore di una ventata d’aria fetida sfuggita da una porta rimasta chiusa troppo a lungo. Per Dante, giunto nel mezzo del cammin della sua vita, non ci sono né purgatorio né paradiso e i tre capitoli – tre come le Cantiche - in cui si divide il romanzo non hanno altro orizzonte che l’inferno. Un inferno accettato con mitezza e rassegnazione da un personaggio che con parole pacate e terribili ci consegna senza pudore né reticenze il suo dolore. La sofferenza che Dante prova quando, per un gioco del destino, rivede Samira dopo un anno, irrigidita e appesantita, è la stessa di Humbert Humbert che ritrova la sua Lolita cresciuta, imbruttita e incinta, patetica ombra dell’eccitante ninfetta che lo aveva sedotto. È la disperazione di chi assiste alla fine del suo sogno d’amore. Perché La notte dei petali bianchi è soprattutto la storia di un amore proibito e perduto, che Di Fiore celebra con parole crude e poetiche, di quelle che non permettono di essere dimenticate.

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