La notte della cometa

Sebastiano Vassalli osserva il depliant dell'Albergo Lamone, a Marradi, dove alloggia da una settimana. “Albergo modernamente attrezzato”, dice. La stanza nella quale si trova è la stessa che ospitò la notte di Natale del 1916 Sibilla Aleramo (anagramma: “amorale”) e il poeta Dino Campana? Marradi alla finestra: in pratica “un paese attraversato da una strada, e solo negli edifici di Piazza Scalelle si può trovare qualcosa della piccola capitale della Romagna Toscana che fu”. All’orizzonte il profilo dei monti, dolce e severo, “monti azzurri” e rocce “strati su strati”. In un angolo della stanza c’è una valigia dalla quale debordano documenti e appunti sulla vita del Poeta Pazzo. Fuori, traiettorie nel paesaggio, correnti tracce di lunghe passeggiate. Campana passeggiava molto, scompariva per giorni, trovava rifugi per la sua lettura in continuo movimento. Fugge, Dino, inquieto percorrere le strade del mondo: Europa, Sudamerica. Si “riordinano gli scheletri nell’armadio”: il padre, il maestro elementare Giovanni Campana, la madre Francesca Luti, detta Fanny, lui in costante e fragile ricerca di soluzioni finali per l’irrequietudine del figlio maggiore, lei rabbiosa nel suo disprezzo crescente, nel suo rigido rifiuto di Dino. Lo zio Torquato, il tutore, “il valente umanista”. Il duo Papini e Soffici che giocarono con Dino il grande gioco letterario delle parti e delle regole e della sottomissione. Lo sciacallaggio delle voci di paese, della maldicenza, degli sberleffi al matto e l’altro, non meno pervicace, dei circoli letterari, delle appartenenze, della pratica editoriale. E poi, il regime della perizia psichiatrica, tutta tesa a definire e a raccontare la malattia ammalata di Dino, a legittimare l’azione continua dei tentacoli coercitivi, contenitivi, della struttura manicomiale. “Il pulviscolo d’oro che avvolgeva la città parve ad un tratto sublimarsi in un sacrifizio sanguigno. Quando? I riflessi sanguigni del tramonto credei mi portassero il suo saluto”…

C’è un’assonanza tra Dino Campana e Sebastiano Vassalli. In quella camera dell’albergo Lamone, in cima a quattordici anni di ricerca sulla vita di Dino, Vassalli si porta dietro una valigia di documenti, lettere, perizie psichiatriche, interviste a familiari e domande da contemplare. Un quadro, una griglia da percorrere e da far sfumare ai bordi, quando si presenta come necessaria l’azione narrativo-immaginativa a comporre scene e scenari che si suppone siano accaduti. D’altronde, l’assonanza è così chiara, l’affinità musicale di quel nome, Chimera, ad avvicinare vertiginosamente il poeta e il narratore di vite, che Vassalli sente di dover appuntare in fondo al suo racconto che anche se Dino non fosse esistito, dalla sua penna sarebbero comunque emerse la meraviglia e la mostruosità di un tale personaggio. Che parla di poesia, di poesia autentica che scorre nelle vene di un uomo respinto e poi preso, accarezzato e poi violentato dai confini di un mondo che lo ridusse all’anomalia, lui come altri, incapace di trattenerlo se non contenendolo negli squallidi corridoi del manicomio. Lui, Dino, il “letturale” paziente, camminante sentinella notturna, è presente con ferocia alle cose del mondo, ed ecco che subito quasi al contempo scompare, è lontano, lui che contempla la vita di Leopardi nel suo significato, lui che si abbarbica alle radici della profonda e antica poesia d’Italia, e che biasima deplora e vomita la mediocrità potente del parvenu e dell’Italia che più non canta. Vassalli sosta in una Marradi sbiadita, e si domanda quale nesso vi è tra il passaggio della cometa Halley ogni 76 anni e la nascita del boy, di un poeta autentico e non grande che “attraversa il mondo senza trovare i suoi contemporanei, e viene fatto a pezzi”. Questo coraggio, questo corpo e questo sguardo al firmamento dall’oro sublima nel sangue che copre il fanciullo. Tutti hanno preso, graffiato, scarnificato, bruciato elettricamente: genitori, presunti amici, amorali amanti, letterati e “grandi poeti”, medici e psichiatri dallo scientifico grottesco potere. “S’è fatto tardi. Dal bar, che è proprio sotto la mia stanza, giungono voci di ubriachi. Chissà quante volte il matto è stato qua”.



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