La notte ha la mia voce

La notte ha la mia voce
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Cosa succede se un incidente stradale ti ha privata dell’uso delle gambe e ti ha relegata su una sedia a rotelle che sai sì e no utilizzare, che non sai smontare né rimontare, che ti inchioda in una posizione che non è tua, non è del tuo corpo così abituato a librarsi per aria secondo il ritmo di una danza? Che cosa ne fai, poi, di questo corpo, che nemmeno questo è il tuo e nel quale ti trovi incidentalmente incastrata e altro non è che un doloroso ed inaccettabile metro di paragone tra la te di prima ed i corpi flessuosi, agili e dinamici della gente che ti scivola accanto compiendo il gesto più istintivo e atavico che possa esistere: camminare? Vivi una dimensione interiore fatta di domande ancestrali e laceranti e di nastri che si riavvolgono, di scene che si ripetono si accavallano. Ti punzecchi per continuare a rinnovare la consapevolezza che no, per quel torpore e quella insensibilità all’acqua, alla piuma, al punteruolo sotto le piante dei piedi non c’è redenzione. E com’era sentire il peso della bambina sulle cosce; com’era sentire il piede che calcava l’asfalto; sollevare la gamba con la caviglia fin quasi all’orecchio? Sensazioni che sfumano. Ma non si perdono. Memento. Vivi nell’impeto continuo di analizzare un passato che tanto è e tanto basta perché non ritorni indietro, mentre il presente non è che una pozza stagnante che ti si richiude sopra la testa. Sei tu e le ruote giganti della tua sedia a rotelle, che non potranno mai essere nemmeno un surrogato delle gambe inerti che devi pilotare con le mani e che ti portano a fare fisioterapia con un grumo di ostilità e rabbia per quel mondo che non sei tu, per la perfezione di Kate Moss che campeggia all’ingresso dell’ospedale, così sfacciata e sinuosa con le sue gambe slanciate. Nel groviglio della tua esistenza sospesa che non smette di guardarsi indietro solo per constatare lo sfacelo e il marciume di oggi, da sotto un paravento sbuca una protesi, una gamba di plastica e metallo che ti rivolta. Ti nausea, ti fa fare una linguaccia di disgusto mentre da lì dietro ti arriva una voce squillante, alta, fastidiosa e dentro di te quasi ti chiedi cosa ci sia da essere così brillanti in un reparto di stipato di rottami messi insieme per miracolo. Ma quella voce è una specie di torcia che accende una luce lontana nella caverna in cui ti sei rincantucciata a recriminare sul destino cinico e baro. È la voce della Donnagatto ‒ Giovanna ‒ furiosa col mondo non meno di te, arrabbiata non meno di te, dimezzata non meno di te, ma più battagliera e determinata, certamente non disponibile a farsi schiacciare dalle ruote della sedia a rotelle (con la quale, neanche fosse la prima ballerina del Bolshoi, si produce in rapide e strette piroette), a farsi vincere dal suo corpo mezzo immobile, dal suo moncherino e dalla sua gamba morta. È in questa sua ira costruttiva e splendente che tu ritrovi quel filo che ‒ forse ‒ ti lega al mondo dei sani, al mondo dei vivi non meno che a quello dei morti. Sono quelle sue fotografie sparse per tutta casa di pose plastiche, di saltelli, di dita martoriate dalle scarpette da danza, di muscoli tesi, di sguardi intensi, di ballerini e ballerine padroni del loro corpo e della sua perfezione una nemesi che la Donnagatto ha fatto propria e che a te sembrava essere sfuggita per sempre; la chiave primaria per accedere ad un’altra vita in cui sgommare e fare piroette con la sedia a rotelle non è superficialità, sterile ed incosciente ottimismo ‒ anche la Donnagatto ha un dolore, un segreto, un grande segreto che aspetta solo di essere rivelato ‒ ma l’ostinazione caparbia e incazzata di non darsi per vinta davanti ad una sentenza di condanna…

La notte ha la mia voce è una narrazione fastidiosa, insostenibile. Punge lì dove deve, scava dentro la parola fino ad esasperarla e questo lo si può fare solo per aver vissuto (e vivere) una continua e costante esperienza di dolore nella quale ogni gesto, ogni sensazione, ogni sfumatura, ogni pensiero si fratturano in microcosmi tangenti e secanti dentro i quali e fuori dai quali si sviluppa l’analisi profonda e spietata della propria malattia, della propria disabilità. Alessandra Sarchi lo fa senza un briciolo di delicatezza, senza scontare la tentazione del rifiuto dal prezzo che il lettore deve pagare per immergersi in questa cloaca di sofferenza dalla quale affiora una mano giusto per dire che c’è, che è lì e che sta facendo i conti col fondale limaccioso, ma per fare questi conti è necessario scandaglio e discernimento; è necessario fegato per mettersi davanti allo specchio ‒ sedia a rotelle e tutto ‒ e guardarsi e vedersi; è necessario prendersi addosso tutto il fagotto di un passato splendente e provare a ricucire la profonda cesura tra quel prima e questo dopo. La Sarchi confeziona un romanzo profondo con la sua stessa carne e ci mette in bocca il più amaro dei bocconi. Masticarlo e possibilmente ingoiarlo è un grosso sforzo, ma è uno sforzo che alla fine ripaga: non subito, ma ripaga. Gli sguardi di pietà, le parole contrite, i “che peccato”, la premura posticcia e l’indifferenza cocente; e poi l’incapacità di comunicare quello che brancola dentro l’anima, il guardare il mondo da una prospettiva che è solo tua e di nessun altro e che in pochi riescono a cogliere sono lo iato che separa il sano dal malato ed è esattamente questo confine che La notte ha la mia voce senza teatralità, senza stucchevolezza, senza facili e spicci vittimismi invita il lettore a valicare.



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