La nube purpurea

Primi del ’900. Una medium entra in contatto con un uomo di un futuro molto prossimo che sta scrivendo il diario delle sue incredibili peripezie, e lo trascrive in stato di trance. È la storia di un medico che fa parte di una spedizione diretta al Polo nord sulla nave Boreal. Dopo lutti e sofferenze (tutti i membri dell’equipaggio muoiono per incidenti o impazziti a causa delle tremende condizioni ambientali), l’uomo raggiunge da solo il Polo e torna indietro. Ma man mano che si avvicina di nuovo alle zone civilizzate, scopre con orrore che una terribile catastrofe naturale di origine a lui sconosciuta ha colpito il pianeta: una nube purpurea arrossa il cielo, e milioni di cadaveri giacciono al suolo, morti avvelenati. E se fosse proprio lui l’ultimo uomo sulla Terra?

Il capolavoro di Matthew Phipps Shiel, scritto nel 1901 e passato praticamente sotto silenzio, fu riscoperto nel 1948 ma è rimasto sconosciuto in Italia fino al 1967, quando Adelphi ne commissionò l'edizione al poeta J. Rodolfo Wilcock. La ragione della grandezza del romanzo sta proprio in ciò che all’epoca della sua prima pubblicazione ne decretò l’insuccesso: l’ardita commistione tra uno stile letterario che deve molto alla tradizione decadentista europea, ricco di simbolismi, metafore fiorite e immagini macabre, e una tematica squisitamente fantascientifica, avventurosa nel senso più moderno del termine. Come se Baudelaire e Jules Verne scrivessero a 4 mani la sceneggiatura di un film catastrofista, insomma. “Un animale impossibile”, “Un libro matto e rapinoso”, come ebbe a definirlo Giorgio Manganelli. Ma anche e soprattutto un libro necessario, tra i più affascinanti mai letti.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER