La pace degli alveari

La pace degli alveari
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Il marito di Jeanne ha lasciato Losanna per una trasferta di lavoro e la notizia rimbalza veloce nella stanza delle sue colleghe dattilografe. Ciascuna dà a quell’assenza il colore del proprio vissuto ma, in fondo, la maggior parte delle vicine di scrivania di Jeanne pensa che questo periodo di solitudine sia quasi una vacanza, per la moglie rimasta sola a casa. Che strano, a rifletterci: quando si è ragazze, con tutte le promesse della bellezza e della gioventù, si fa di tutto per far innamorare gli uomini, legarli quasi. Poi, quando il piano è finalmente riuscito e si dovrebbe godere dei frutti di tattiche e strategie, ecco, la domanda delle domande, ma amo ancora mio marito? Uno dei vantaggi di quest’assenza è poter coltivare con libertà la relazione con le altre donne, prima fra tutte la domestica con cui Jeanne si diverte a chiacchierare mentre, finito il lavoro in ufficio, rammenda calzini e cuce bottoni per il marito assente. Che bella quella complicità femminile! Solo Marguerite, nella sua cerchia di conoscenze, è una donna di mezza età con una relazione stabile e amorevole. Del resto, lo dice lei stessa, di quell’amore sia lei sia il marito si prendono cura certosina, annaffiano quel sentimento come fosse fiore prezioso. E non è forse così? Alla fine non è l’amore che per una donna dà senso all’esistenza? L’amore però, la palpitazione, l’emozione, non certo il matrimonio che dell’amore è solo un simulacro sbiadito, fra bottoni e calzini e brutture quotidiane. Sarà per questo che Jeanne già due volte si è re-innamorata, alla ricerca di quel brivido…

La perfettissima e pulitissima Svizzera di metà del Novecento si offre qui ai lettori in tutto il suo (grigio) splendore: poiché seguiamo il diario di una moglie infelice, tutto il quadro è impietosamente amaro. Non è certo un romanzo dell’amore infranto, però, quello che prende forma pagina dopo pagina: è, semmai, un’analisi fredda delle relazioni uomo – donna, della meschinità di certe derive, della facilità con cui spesso le donne si rendono corresponsabili del loro triste destino, quando da amate diventano mogli e, per un incantesimo malvagio, tutta la poesia svanisce. Perché con uguale impietosa lucidità, è dichiarato chiaro e tondo che le donne vivono – e muoiono - per l’amore, che è fatto di attimi, sguardi, sospiri, pensieri, immaginazione. Cercano l’assoluto, un uomo adorante che rimanga tale per sempre, ma sempre rinnovandosi. E cosa c’è di questo nel matrimonio? Un assoluto nulla, un abbrutimento, un asservimento quasi, un accontentarsi perché è giusto così, perché questi sono i ruoli che donne e uomini hanno nella società, come attori sulla scena, fedeli al copione. Promessa ante litteram della successiva letteratura femminista, Alice Rivaz, qui finalmente tradotta in italiano, ricorda a tutte le donne quali limiti loro stesse si impongono, semplicemente lasciando che vengano loro imposti. Senza slogan da corteo o da scritta sul muro, con grande onestà e quasi cinismo, già nel 1947 lanciava un messaggio di attualità disarmante: donne, siate libere.



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