La parabola del seminatore

La parabola del seminatore

Los Angeles, 20 luglio 2024. Lauren Oya Olamina abita in una sorta di ghetto protetto dal resto della città da alte mura di recinzione. In questo microcosmo, voluto e costruito dal padre, pastore battista di una parrocchia della periferia, vive in sicurezza assieme alla sua numerosa famiglia ed alle persone che hanno accettato il padre non solo come guida spirituale ma anche come una sorta di leader della piccola comunità. Ormai oltrepassare quel muro è diventato pericoloso, si rischia la vita: al di là imperversano miseria, infezioni, scarsità d’acqua e una strana droga che induce alla piromania. La gente muore buttata sui marciapiedi con ferite purulente e il numero dei senzatetto aumenta ogni giorno che passa. Per questo la prima regola è “muoversi in gruppo e armati” e solo nei casi di estrema necessità. Per Lauren la vita nel ghetto è davvero insopportabile, soprattutto per il dono particolare (in realtà causato dagli allucinogeni che la madre assumeva in gravidanza) che ha scoperto di avere sin da bambina: una iperempatia che le fa sentire fisicamente tutto il dolore degli altri...

Crudo, asfittico ma anche terribilmente profetico. La parabola del seminatore è un viaggio ammonitore in un futuro prossimo in cui –a causa di una non ben precisata catastrofe naturale – l’acqua scarseggia, il paesaggio è devastato dall’azione umana e persino le stagioni non seguono il loro corso normale, tanto che piove una volta ogni sette anni. In questo ambiente così ostile alla vita convivono però contraddizioni inquietanti: la gente muore di fame o per malattie infettive, la città è in ostaggio di bande di criminali e tossicodipendenti e si pratica il cannibalismo, eppure esistono ancora un corpo di polizia (se pur corrotta), i programmi tv, le tasse, le scuole e persino le elezioni nazionali. È in questo mondo allucinato e morente che Laurin matura una propria fede, quella che chiamerà “il seme della terra” e che la porterà ad allontanarsi dalla città alla ricerca di un futuro migliore, da costruire ex novo perché “l’unica verità duratura è il cambiamento”. Se lo spunto narrativo non è forse dei più originali, lo è lo stile diretto, serrato nonostante la forma diaristica; lo sono i personaggi abilmente tratteggiati e le loro sventure e paure delle quali ci sentiamo inevitabilmente compartecipi. Le descrizioni splendide di paesaggi cupi e la crudezza di alcune scene hanno comunque in sottofondo una compassione ed una dolcezza che fanno intravvedere un barlume di speranza. E nel viaggio che compie Laurin, tra scontri e diversità, tra violenza e decadenza, ci siamo un po’ tutti noi: travolti dagli eventi eppur sempre ed ostinatamente alla ricerca di un mondo migliore.



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