La passione di Artemisia

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1612, Roma, Tor di Nona, Tribunale dell’Inquisizione. La diciottenne Artemisia, accompagnata da suo padre, il famoso pittore Orazio Gentileschi, va incontro alla sibilla, cercando di stemperare la paura dell’ignoto con la fiducia che una figlia ripone nell’amato padre: lui ha detto che non farà male, che sarà questione di poco, che è importante farlo. Lei gli crede. È suo padre, il suo maestro, colui che le ha insegnato l’arte di dipingere e di mescolare i colori come in un’alchimia. Quello che Artemisia Gentileschi non sa è che la tortura della sibilla fa molto male, che potrebbe impedirle per sempre di dipingere cioè, per lei, di vivere - e che non servirà a nulla. Agostino Tassi, collaboratore di Orazio Gentileschi, citato in giudizio dal maestro per aver stuprato sua figlia minorenne e per avere promesso  un matrimonio riparatore che mai ci sarebbe potuto essere, se la caverà con una sentenza ridicola. Orazio Gentileschi avrà la sua soddisfazione perché, in fondo, ciò che gli preme più di tutto è la restituzione di una tela che gli è stata sottratta dallo scapestrato amico, che torna pure ad essere tale e a lavorare con lui. A lei, Artemisia, dopo avere subito la dolorosa tortura, dopo avere sofferto l’onta peggiore di quel dolore con la visita per accertare la sua deflorazione davanti allo sguardo attento del notaio, resterà solo la vergogna per lo stupro, la diffamazione per aver taciuto per troppo tempo, l’umiliazione dell’interrogatorio e quella di essere considerata donna di facili costumi, e soprattutto la delusione cocente per la mancata solidarietà e il sostanziale tradimento dell’amato padre, l’unica cosa che le farà male per sempre…

Comincia così, con il racconto degli accadimenti nel terribile tribunale papalino, peraltro sostanzialmente fedele agli atti del processo conservati, la biografia romanzata e narrata in prima persona di Artemisia Gentileschi, la prima grande pittrice riconosciuta nella storia dell’arte. Questo episodio determina tutto il corso dell’esistenza della giovane artista che sarà costretta ad un matrimonio combinato con un pittore fiorentino per sperare in una posizione dignitosa in una società che, tuttavia, le farà intravedere anche la possibilità di un dolce sentimento che la ricompensi delle sofferenze vissute. Ma, nei già fragili equilibri che reggono la vita di coppia, oggi quasi come nel XVII secolo, sentimenti come la gelosia e l’impossibilità per un uomo di riconoscersi meno talentuoso della compagna, possono diventare più forti anche della passione e di un sincero affetto. Il destino, però, ha ben altro in serbo per lei. La ricostruzione storica che fa da cornice alla vicenda di Artemisia è abbastanza credibile per quanto, per ammissione stessa dell’autrice nella nota finale, si tratta di un opera letteraria e in quanto tale si avvale di interpretazioni personali, fusioni, riletture, evitamenti. Così sfilano davanti ai nostri occhi Cosimo de’ Medici, coraggioso mecenate della pittrice a Firenze e Galileo, l’unico uomo che riconobbe una forza rivoluzionaria, simile alla sua, nella donna che, come lui, osò sfidare la convenzioni di un’epoca. Abbiamo poi un vero e proprio affresco dell’ambiente artistico del XVII secolo, un mondo bellissimo e ricchissimo ostile però alle donne, per le quali, difendere la propria visione dell’arte, della vita e dell’amore è proprio difficile. Attraverso il racconto di Artemisia riusciamo a “vedere” le strade di Roma con i suoi monumenti e Firenze con le sue strade colorate dalle stoffe preziose ai balconi e sugli abiti dei nobili e a “sentire” gli odori delle strade con le botteghe e quelli della vita quotidiana a margine dell’Arno con le sue nubi di zanzare durante l’estate. Le parti più belle del romanzo sono proprio quelle in cui riusciamo a guardare il mondo con i suoi colori attraverso gli occhi di questa donna forte e appassionata che fu tenace nell’anteporre a tutto la sua passione e nell’essere fermamente artefice del proprio destino. A queste parti appartengono anche le suggestive descrizioni della genesi dei suoi quadri, dedicati per lo più ad eroine femminili della storia e della Bibbia, donne forti, coraggiose, protagoniste e sensuali, una su tutte Giuditta che decapita l’assiro Oloferne. Queste vivide descrizioni, lungi dall’annoiare, incuriosiscono al punto che, se già non le conoscesse, il lettore è inevitabilmente costretto, mentre sta leggendo, a cercare le riproduzioni dei quadri per capire meglio, per godere della meravigliosa pittura di evidente ispirazione caravaggesca anche agli occhi di un profano e scoprire che davvero sentimenti e passioni vivono nelle tele di questa donna straordinaria. Questo è già di per sé un grande merito del coinvolgente e scorrevole romanzo di Susan Vreeland, non nuova a queste storie di artiste, ovvero suscitare forti emozioni e la curiosità di approfondire la conoscenza di una grande pittrice  che nel seicento ebbe il coraggio di essere una donna libera, di essere artista e di essere entrambe le cose nello stesso tempo! Emozionante è infatti il momento in cui, prima donna, Artemisia è ammessa all’Accademia del Disegno di Firenze, circondata da presuntuosi artisti paludati che la guardano male ma anche da uomini illuminati che riconoscono il suo talento, così come struggenti sono i momenti in cui lei vorrebbe accanto qualcuno con cui parlare d’arte senza timori, senza gelosie, senza pregiudizi. Forse non si conosce abbastanza questa donna moderna del seicento, da alcuni definita una femminista ante-litteram, benché siano stati scritti diversi libri e girato anche un bel film nel 1998 dalla francese Agnes Merlot. Un racconto, questo della Vreeland, che di certo dà il suo prezioso contributo perché piacerà di certo ai cultori dei romanzi storici, agli appassionati di arte, a chi ammira le donne coraggiose della storia, a chi ama le storie di passione.



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