La pazienza dei bufali sotto la pioggia

Immaginate la vostra vita, proprio la vostra vita da single, sposato, separato, tradito, tradita, traditore, traditrice. Immaginate di poter esternare senza pudore le riflessioni che vi sovvengono sulla vostra giornata, il vostro chiodo fisso sulla persona che vi sta accanto o su quella/quello che vorreste al vostro fianco. Quanti di voi hanno esaltato la solitudine ed esultato per quell’appartamento vuoto, ovattato, senza rumori molesti, gridolini acuti e trucchi e vestiti sparsi in giro disordinatamente. Quanti invece hanno riflettuto sulla tristezza fisica e metaforica dello stare soli in casa, col frigo vuoto e coi pezzi di un amore che rotolano infingardi sotto il letto. Quanti ancora si sono guardati allo specchio trionfalmente soddisfatti di poter descrivere le proprie mirabolanti avventure sessuali, le geometrie aerobiche che il fisico (qualsiasi forma e dimensione esso assuma) compone ovunque prenda la voglia di sesso. Sicuramente ci sarà anche chi accetta di celebrare senza pudicizia o vergogna la bellezza, l’estasi, la follia che l’amore ha e procura; di essere uomini e donne abbandonate e abbandonati coi bandoli di una relazione, che si figurava importante, ancora incastrati tra i denti.  Chissà, ci sarà tra di voi anche una giovane pulzella che si affaccia alla maturità con tutta se stessa protesa al gusto - quasi innocente e quasi ludico - di collezionare amanti sentendosi un principio irrinunciabile di piacere e godimento o chi si ciba della frustrazione per desideri inappagati, incapace di infilarsi degnamente le mutande, di sopportare l’odore del tè, di portare pazienza, proprio come fanno i bufali quando un acquazzone li coglie in campo aperto. Ci sarà tra di voi chi innalza l’imperfezione ad arte, che faccia ridere senza volerlo e che non si scompone davanti all’amante della moglie stravaccato sul proprio talamo nuziale. Ci sarà, tra di voi, chi conduce una vita normale...
“Storie di tutti i giorni, vecchi discorsi sempre da fare, storie  ferme sulle panchine in attesa di un lieto fine; storie di noi brava gente che fa fatica, s’innamora di niente…” cantava qualche decennio fa Riccardo Fogli. E questo sono i racconti, le schegge (anche impazzite) di quotidianità tratteggiate da Thomas. Storie di tutti i giorni, quell’ordinaria amministrazione in cui troviamo sempre un pezzo nascosto di noi stessi di cui dobbiamo ammettere francamente l’esistenza: qualcosa delle nostre insofferenze, qualcuno dei nostri crucci, la descrizione delle nostre condizioni umane quando l’amore (declinato nelle sue più svariate forme) ci mette lo zampino. Tutto ruota intorno all’amore, che sia la sua sublimazione, che sia l’atto estremo della sua materialità. Perché è proprio la vita, quella spiccia, ad essere abitata da questo: dai rapporti di coppia consumati, gualciti o ancora intonsi, tutti da elaborare; da dualismi e alchimie di cui non ci si sa dare una spiegazione logica; di domande del tipo: “perché sono qui, ora?”; “che ci faccio ancora con questa o con questo?”; “Vale la pena, ne è valsa la pena?”. Ed in tutto ciò ci sono i gesti consueti, quelli talmente meccanici da non rendersi conto di compierli; ci sono le piccole e grandi irritazioni, un modo onesto e al contempo celato di guardare l’altro nei suoi difetti più insopportabili, nelle sue manie e nei suoi tic, nella sua primordiale irrinunciabilità, nei suoi scantonamenti caratteriali. Ma anche un modo onesto di guardare a noi stessi nei nostri limiti, nelle imperfezioni, nella nudità dell’anima. Thomas ci restituisce a livello epidermico quello che nessuno di noi sarebbe disposto ad ammettere candidamente: che ci sono sentimenti anche sotto i sentimenti, una meccanica del tutto naturale nella quale l’essere umano compare per quello che effettivamente è, ovvero un animale dotato di una vasta gamma di sensazioni di cui quasi immancabilmente reprime lo spettro meno nobile perché istintivamente portato a crederlo inopportuno. Qui invece scopriamo quanto sia buffo, ironico e soprattutto ordinario scoperchiare le carte più “zozze” e dire con candore a se stessi o alla propria metà che ci sono cose che proprio non riusciamo a sopportare. In questi racconti ci viene insegnata la semplicità e la normalità del vivere senza archetipi o modelli aulici di riferimento. Ci sentiamo più noi stessi e meno soli e ci sentiamo addirittura compresi e confortati nel sapere che quello che nella nostra intimità consideriamo un’assurdità, confessioni da fare soltanto a noi stessi davanti ad un muto specchio in realtà è una prassi assolutamente normale e condivisa. Senza la pretesa di fornire alcun insegnamento Thomas, alla fine, ci insegna la vita.

 

 

 

 
 
 
 
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