La pazza di casa

La pazza di casa
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Un’autrice particolarmente prolifica, una vita lunga e densa di successi e il vezzo di scandire i periodi della sua vita contrassegnandoli con i fidanzati o i libri che li hanno caratterizzati. Chi meglio di un’autrice può raccontare la propria vita attraverso quella dei libri che l’hanno formata, siano essi i propri o quelli che ha letto? Il primo libro, un’orribile e pedante raccolta di interviste pubblicata a vent’anni, i primi amori letterari, per gli autori russi che l’hanno fatta innamorare con i loro racconti di infanzie rarefatte, di salotti in cui borbottano i samovar, di drammi piccoli e grandi quesiti esistenziali; e poi ci sono i primi amori in carne e ossa, quelli pasticciati e quelli che non la rendono felice se non quando sono scomparsi dietro una cortina fumogena, avvolti in un mantello come solo gli eroi di celluloide sanno svanire. Una scrittrice condivide con i suoi simili il grande dono dell’eterna infanzia, il “privilegio di continuare a essere un bambino” e che, dice la protagonista a sé stessa, con la propria crescita abortita fa del bene alla società. La sua mente non guarda la realtà come tutti gli altri e lei ne è pienamente consapevole, esattamente come migliaia di scrittori lo sono stati prima di lei: basta una frase colta per caso, un episodio captato con la coda dell’occhio, un sogno per dare avvio all’opera che può essere il capolavoro o la dannazione, la fama o lo scorno sociale. Sono molti gli autori con cui la voce narrante condivide il cammino e il travaglio, dallo splendido scrittore Truman Capote bruciato dalla sua stessa ambizione che lo ha fatto andare troppo avanti nella stesura di A sangue freddo, a Carson McCullers, Kipling, José Ovejero che supera un blocco creativo nel momento più impensato. La scrittrice che si racconta è una donna che ha vissuto molti amori letterari e carnali, il cui esordio nei patemi del cuore è avvenuto con una notte folle tra le braccia dell’attore M. che si innamora di lei ma che lei respinge per poi pentirsene troppo tardi, che condivide ogni gradino della ripida scala dell’amore e del successo professionale con sua sorella Martina, una donna diversa da lei ma complementare per molti versi...

Che cos’è la letteratura se non bugie in trinoline, menzogne raccontate ad arte e rese vive e palpitanti dal soffio di vita infuso loro dalla fantasia del narratore, quell’elemento che Teresa d’Avila definisce la “pazza di casa” e con cui Rosa Montero sa giocare da vera maestra regalandoci un libro che è assolutamente inclassificabile e che come ci ha raccontato in un’intervista, ha vinto i Spagna premi per la saggistica e premi per la narrativa. Non c’è nulla di autobiografico in questo libro narrato in prima persona, a cominciare dalla dedica a una sorella inesistente. Gli episodi della vita della narratrice sono pretesti e giochi di specchi in cui riflettere le storie degli autori che le hanno segnato la vita, una storia della letteratura politicamente scorretta e in chiave autobiografica. Come scrive Mario Vargas Llosa nella postfazione al libro “è un libro sulla fiction letteraria, che dietro l’apparenza di un saggio sul mondo del romanzo e dei romanzieri riesce ad essere fiction e ad illustrare le tesi di Rosa Montero sugli affabulatori di professione”. Il libro è innanzitutto un gioco interattivo in cui l’autrice trascina il lettore da una casella all’altra, facendo baluginare qua e là tranelli e falsi indizi, disseminando il terreno di indizi veri, che come dice lei stessa, a saperli cogliere,smascherano tutte le menzogne. L’autrice ci regala un gioco di specchi in cui ogni storia che all’inizio del libro è narrata in un certo modo, finisce per capovolgersi con l’andare del racconto e il variare della prospettiva e ci avvisa che non importa se gli indizi non vengono raccolti perché allora il racconto diventerà qualcosa di ancora diverso, qualcosa che è vero solo per un singolo lettore ma non perde per questo la sua vis comunicativa. La genialità dell’autrice sta nel coprire ogni bugia con una un po’ più grande e accecante, così che alla fine, quando ci si renderà conto della trama di menzogne e false notizie ordite, saremo giunti all’ultima pagina e talmente ipnotizzati dall’incantesimo potente delle parlo che ci parranno irrilevanti gli sprazzi di verità che pure il libro contiene. Non è forse questa la forza della letteratura?



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