La pedina sulla scacchiera

La pedina sulla scacchiera

Al termine di un’altra faticosa quanto insignificante giornata lavorativa, Christophe Bohun si dirige verso l’uscita, come tutti gli altri dipendenti. Impiegati dai cappotti logori, stanchi eppure sorridenti. Al contrario, Christophe non ha nulla di cui gioire. Ora il padrone è Beryl, ex collaboratore dipendente di James Bohun, l’uomo dell’acciaio e degli affari internazionali, “il Bohun di tutto ciò che si vende e si compra”. Suo padre. Il destino beffardo ha mescolato le carte ed ora lui, l’erede dell’impero Bohun, lavora per uno dei suoi dipendenti. Un crac e il rovescio finanziario ha cambiato le sorti della sua famiglia. Christophe odia il suo lavoro e non sopporta la sua famiglia. Per affrontare lo sforzo del ritrovarsi attorno alla tavola per la cena, lui come tanti altri, è al bar a bere un bicchierino. Stesso capo chino sul bancone e stesso sguardo stanco. Ritorna al suo appartamento, grande ma buio, per una cena cupa e silenziosa. Il vecchio Bohun, malato e avvizzito, solo nella sua camera. Ormai da un pezzo. Di lui e della sua vita Christophe sa solo ciò che è stato scritto sui giornali. Ed ora, aspetta la sua morte per ricevere la sua parte di eredità. Non può sapere, però, che la sua fortuna è in una busta sigillata contenente nomi di politici, imprenditori, giornalisti, date e cifre. Quelle della corruzione. Ma Christophe non ha la stessa stoffa di suo padre. Né per gli affari, né per la vita…

Una vita senza colore, senza emozione. Fredda e grigia, come la nebbia che avvolge la Francia in crisi degli anni Trenta. Tutto è piatto, tutto è spento ed opaco. Anche i personaggi, con i loro gesti appesantiti dalla routine. I protagonisti si chiedono continuamente il senso di una vita fatta di fatica, di mancanza di soddisfazioni, di infelicità. Una vita vissuta intorno alla necessità di procurarsi il denaro. Una vita vissuta senza altra scelta che l’attesa della morte. La sensazione del tempo che passa e che accorcia il passo, cancella la speranza e i desideri, spinge ad accontentarsi e rassegnarsi. Avvizzita la vita, avvizzito l’amore, non resta davvero più nulla. La fatica di vivere è la cifra di questo intensissimo e malinconico romanzo: “stanco” è la parola che ritorna più spesso tra le pagine de La pedina sulla scacchiera. Irène Némirovsky torna ad approfondire temi a lei cari: la mancanza di umanità, di affetti, la mancanza di amore che rende tutto senza senso. E poi il tempo che passa e che cancella tutto. Anche i sentimenti. Un romanzo, scritto con il sapiente ritmo della lentezza, che segue i battiti dei cuori dei personaggi e il flusso dei pensieri nella risonanza del lettore. Uno scritto sull’incapacità di comprendersi, di entrare profondamente in relazione. Perché “tutti gli esseri viventi vanno in cerca di gioia”, ma pare che ciascuno lo faccia a modo suo.



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