La perestrojka e la fine della DDR

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Nel 1971 Walter Ulbricht, Segretario Generale del Partito di Unità Socialista di Germania (SED) dal 24 luglio 1950 e leader politico della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) sin dalla fondazione, viene destituito (anche se ufficialmente rinuncerà alla carica per “motivi di salute”) da una maggioranza del Politburo vicina al giovane rampante Erich Honecker. Da Mosca è arrivato il “via libera” all’operazione politica, anche se Leonìd Brèžnev non è del tutto convinto ed esprime “l’auspicio” che il compagno Ulbricht venga “trattato dignitosamente e con il dovuto rispetto”. Honecker basa tutta la sua azione di governo su una convinzione: la prosperità del Paese è direttamente correlata alla coscienza socialista dei suoi cittadini, cioè “più aumenta il benessere dei cittadini della DDR, più questi diventeranno socialisti”. A tale scopo, il tenore di vita dei tedeschi dell’Est per tutti gli anni Settanta viene sistematicamente aumentato, alimentando la prosperità anche con gli aiuti economici provenienti dall’URSS e con prestiti miliardari occidentali, consumando più di quanto si accumula e di quanto ci si possa permettere. Ma il rapido peggiorare della situazione economica in URSS e delle condizioni di salute del Segretario generale del PCUS rendono molto difficile la strategia politica di Honecker. Nel 1982, dopo la morte di Brèžnev, diviene Segretario generale Jurij Andropov, che – già molto malato – non riesce ad avviare con la necessaria decisione (anche per una forte opposizione interna al PCUS) le riforme necessarie al sistema sovietico per risollevarsi e affrontare la sfida della modernità. Dopo soli due anni prende il suo posto Konstantin Černenko, anch’egli molto malato, che dura in carica solo un anno prima di morire a sua volta senza lasciare una traccia politica concreta. Quando è il turno di Michail Sergeevič Gorbačëv, il neo-eletto si trova ad affrontare una sfida immane. Ma nessuno si aspetta che – invece di riformare il socialismo – Gorbačëv si appresti ad abolirlo, che invece di modernizzare l’URSS si appresti a farla implodere…

Hans Modrow, classe 1928, è stato un protagonista assoluto della vita politica della DDR prima e della Germania unificata poi. È stato il penultimo Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Democratica Tedesca, in carica dal 13 novembre 1989 al 12 aprile 1990 e quindi un testimone diretto della perestrojka e delle sue conseguenze non solo interne all’URSS ma su tutti i Paesi dell’allora blocco sovietico, DDR compresa, naturalmente. Questo memoriale – assai scarno nello stile, ma denso di contenuti e di amarezze – racconta quei mesi convulsi gettando più di un’ombra sulla figura di Michail Gorbačëv, di solito quasi santificata dalla pubblicistica occidentale per ovvie ragioni. La tesi di Modrow, più volte ripetuta nel libro, è che da una parte Honecker fosse un testardo, arrogante egocentrico convinto di aver trovato la via perfetta al socialismo che la perestrojka, che lui vedeva come una iattura, voleva sabotare e dall’altra Gorbačëv (che pure all’epoca fu un importante “sponsor” dell’ascesa al potere di Modrow) uno statista molto sopravvalutato ma confusionario, ingenuo, in definitiva non troppo capace. Scrive lo stesso Modrow: “La domanda che vuole porsi questo libro e che mi ha occupato per anni è allora: la forma sovietica del socialismo era destinata a finire nel modo in cui finì o c’erano delle reali possibilità per un autentico rinnovamento?”. Partendo da una giusta esigenza di modernizzazione dello Stato socialista, Gorbačëv invece lo distrusse, tra gli applausi degli Stati Uniti, consegnando di fatto i Paesi del blocco sovietico ad altri. “No, la DDR e gli altri Paesi socialisti non sono stati semplicemente traditi o venduti da Mosca. La grande potenza sovietica ha trascurato di rappresentarne gli interessi con coerenza e perseveranza”. Interessi che erano anche i suoi.



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