La perfezione del tiro

La perfezione del tiro
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“Il mio primo tiro è stato un uomo al volante di un taxi, all’inizio della guerra”. La voce narrante del romanzo è un ragazzo appena diciottenne, che vive in una città di mare, in un Paese in guerra. Ogni giorno passa ore sui tetti a prendere di mira le persone, premere il grilletto, ucciderle. Sparo dopo sparo, perfeziona i suoi tiri, si sente un ottimo tiratore, tanto da attirare l’invidia del suo amico Zak, che però è meglio di lui nelle imboscate. La notte non è il momento migliore per sparare per via del buio, ma la sua fame di colpire è tale che di notte tiene comunque d’occhio la città, cerca nelle ombre. La sua vita è scandita dalle giornate di guerra e dalle ore passate a casa, dove lo aspetta una madre affetta da infermità mentale, che, con un fratello emigrato in un altro paese, è costretto a gestire da solo, poiché la donna non è più capace di badare a se stessa. Ha addirittura pensato di ucciderla, come uccide gli altri, la gente per strada, perché, in fondo, “…una volta che arrivi a casa hai bisogno di riposare senza esser costretto a rimediare alle cazzate di una pazza che un giorno sì e uno no neanche ti riconosce”. Fino al giorno in cui decide di non poter continuare da solo e di chiamare una ragazza appena quindicenne di nome Myrna, orfana di guerra, che accetta di occuparsi della madre e della casa durante le sue assenze sul fronte…

Primo romanzo di Mathias Enard (è infatti stato scritto nel 2003, ma in Italia è uscito solo nel 2018, edito da E/O) La perfezione del tiro racconta di un cecchino appena diciottenne in una guerra come tante, una guerra qualsiasi che l’autore non approfondisce, in un Paese qualunque di cui neanche si conosce il nome, perché non è importante sapere dov’è o perché è in guerra. Quello che invece è importante, che emerge con impeto e angoscia, è l’inferno di un mondo impregnato di barbarie e di morte e degli orrori della guerra: una guerra nella quale il protagonista, impegnato in prima linea, è pienamente coinvolto, come se il suo fosse un “lavoro fisico e intellettuale insieme”. Anche del giovane, così come della guerra, non sapremo mai il nome, ma conosceremo, nell’ordine di importanza, i suoi amici dichiarati, il fucile, il mare ed il suo amico Zak, e sicuramente ci renderemo conto, durante il corso della storia, degli effetti della guerra sulla sua sulla sua psiche: disturbi, frustrazione, odio. Il linguaggio fluido e lo stile semplice della narrazione dell’autore riflettono in questo romanzo la crudeltà di un mondo abbandonato al male e la complessa e contorta psiche del protagonista. Dello scrittore francese, che ha viaggiato a lungo in Medio Oriente ed insegnato l’arabo all’Università autonoma di Barcellona, dove attualmente vive e collabora a riviste culturali, ricordiamo L’alcool e la nostalgia, Via dei Ladri, Parlami di battaglie, di re e di elefanti, di cui Mangialibri ha pubblicato le recensioni. Il suo romanzo più recente è Bussola (incentrato sul rapporto tra Oriente ed Occidente nel corso della storia) che ha vinto il premio Goncourt 2015.



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